Magazine Giovedì 19 febbraio 2009

Studenti in cordata: un libro di Lorenzo Revojera

Magazine - Nel 1905 nasceva tra Monza, Milano e Pavia la SUCAI, Stazione Universitaria del Club Alpino Italiano. Così chiamata perché i giovani alpinisti vi “stazionavano” durante gli studi universitari.

Così recita in modo didascalico la quarta di copertina del libro. Che può apparire molto spesso, difficile. Uno di quei libri sulla storia dell’alpinismo un po’ molesti per dimensione e contenuto soprattutto. Fare una storia è quasi sempre un esercizio di compulsazione e di ricerca. Un lavoro faticoso, da certosini attenti. Ed un po’ palloso, anche. Lorenzo Revojera è ingegnere nella vita, attento alle dinamiche giovanili tanto da avere scritto nella sua vita anche una storia dell’alpinismo per ragazzi. Viene in mente subito L’albero e la foglia di Tolkien, quasi un fulmine associativo. Una storia ragionata in termini piani di cosa possa essere una grande, e divorante passione. Lì le fiabe, le fate, la magia che non va mai presa in giro e qui la montagna, l’alpinismo, la giovinezza.

Sarà per questo motivo che la penna di Revojera non è astiosa né vecchia. Sembra un inchiostro giovanile quello che lo alimenta e lo ha aiutato in certe lunghe ricerche. La SUCAI è stata un serbatoio infinito di uomini, ascensioni e studi e scritti ancor di più. L’autore ci tiene a farlo presente all’ultima cordata del libro, quella che precede i ringraziamenti dove un pizzico di umanità in più non sarebbe stata male. D’altro canto il libro parla di storie di uomini e di giovani universitari uniti dalla voglia di montagna. Nel periodo quasi più denso della nostra storia. Lo fa con mano agile ed esperta. Enumera tante persone senza mai un momento di affanno. È difficile intagliare medaglioni senza avere un momento di impaccio, un’esitazione, un’affettazione.

Parlare di uomini come Paolo Monelli, Curzio Malaparte, Pietro Jahier non è semplice. Neanche parlare di un’attività giovanile senza perdere lo smalto a distanza di tanti anni. La SUCAI servì a coagulare molte menti e a non farne perdere le essenze. Tenne uniti i giovani all’interno del CAI anche se quest’ultimo non vide mai bene questa cellula staccatasi dall’albero madre. Oltretutto troppi ingegni fervidi vi si annidavano. Il bello era che non ci si limitava ad andare in montagna insieme. C’era un serio fermento intellettuale che vi si collegava quasi naturalmente. Anche qui l’associazione a Tolkien ed al suo circolo – di cui faceva parte anche Lewis – sembra facile. Come sembra più facile, nella giovinezza, contrarre certe amicizie e certe storie da cui poi non sarà facile liberarsi.

Il libro possiede una dote intrinseca. Enumera dati che riesce a far passare grazie ad una certa umanità. Il senso prevalente è quello per cui si privilegia l’uomo, anche se in forma di medaglione. L’altro passo cadenzato dell’alpinista è quanto Revojera riesce a ricostruire dell’Italia attraverso Lo Scarpone e La Rivista del CAI. Tante testimonianze stanno lì, infatti, anche perché soltanto gli scritti hanno in qualche modo la capacità di imbrigliare la giovinezza e di fissarne i confini. C’è una tensione intellettuale febbrile in queste pagine. Non è semplice storia dell’alpinismo giovanile che resta una definizione troppo categorica. È la storia di universitari che trovavano all’interno del CAI una sorta di sottosezione dove potessero associarsi. Fare gruppo, in altre parole. Ecco è questo concetto di “massa critica” che si è perduto oggi. Se pensiamo che la SUCAI venne anche in qualche modo ad essere metabolizzata dalla GUF (chè l’iscrizione al CAI importava contestualmente quella alla GUF), non si può non compiere una riflessione sulla forza apolitica della montagna. Sulla sua capacità cioè di corrodere gli schemi ideologici e le coloriture politiche. L’autore al riguardo ci offre tanti punti sconosciuti e curiosi.

Un Buzzati che scrive bene del Duce parlando dello spaesamento di certe guide scese in città non potrà farci pensare all’apologia del fascismo. Così come pensare che un Massimo Mila andasse in cordata con dei fascisti. Il punto è un altro. Anzi sono due. E li sintetizza benissimo l’autore quando dice che se per andare in montagna bisognava prendere la tessera della GUF, non era certo un problema. L’importante era la montagna, non una tessera cartonata. Ecco perché la massa critica del gruppo, oggi, è un valore evaporato. Allora il sogno non era soltanto quello fascista per cui l’alpinismo consentiva di preparare le masse giovanili alle durezze belliche. Il sogno era soprattutto quello per cui - in gruppo - certe ascensioni diventavano possibili. E certe riviste si potevano scrivere insieme. La SUCAI si cullò dentro una moltitudine diramata di professionisti. Da medici fini come l’aria a cui ambivano salire, a letterati, ad architetti con un occhio alla montagna.

La cifra comune in questi casi restava tuttavia la penna associata alla montagna. La piccozza e la penna – GUF di Milano, per esempio – fu una rivista dove scrisse anche Guido Rey. Le guide ed i vademecum per andare in montagna assai numerosi. C’era l’aspetto intellettuale per cui la montagna sembra concedere una sorta di asilo politico speciale alle pulsioni che animano la vita civile. È lo stesso concetto per cui in montagna ci si dà del tu ed i formalismi sono banditi. Davanti alla natura non esiste il codice delle maniere ma soltanto quello per cui bisogna essere uomini o donne di un certo tipo. I recit d’ascension sono banditi dal libro proprio per mettere in luce quella strana ricchezza intellettuale per cui i giovani che si avvicinavano alla montagna non lo facevano soltanto per il fatto fisico per cui l’aria fina fa frizzare il sangue.

Ma anche perché la montagna è associata ad un certo fermento intellettuale che resta – curiosamente – sconosciuto al mare. C’è da chiedersi il perché di un fenomeno del genere che è strano ma che ben conoscono tutti gli amanti della montagna. Di certo è che Revojera ha scritto una storia della montagna per adulti e ragazzi dandole un taglio tra l’intellettuale e lo scientifico. Con un pizzico di Roal Dahl nella magia di uno stile giovane come se la montagna di cristallo non avesse mai abbandonato lo scrittore e fosse restata per lui una esperienza irripetibile.
Deve essere anche qui l’effetto secondario della magia della penna. Perché non si spiega diversamente il motivo per cui un ingegnere (ma pensiamo a Gadda!) possa scrivere così come l’acqua che scorre. Qui l’impasto è stato benefico. Alpinismo, letteratura, SUCAI hanno facilitato una storia di ragazzi diventati grandi.

Ecco, se c’è una dote che il recensore deve sapere individuare in una storia dell’alpinismo come è questa, è la universalità del pensiero. In effetti dentro al libro ci sono riferimenti a tutta la storia d’Italia. Da De Felice e Ettore Castiglioni compiendo una sorta di operazione alpinistica su di un tronco politico ormai evaporato. La bellezza del libro sta qui. Aver potuto tracciare una storia intellettuale, prima ancora che alpinistica, in piena libertà e con un profondo rigore scientifico. Però, si ripete, con una grande libertà che – ed è questa la cosa ed il dato storico più significativo – deriva dall’unione di componenti anche politiche completamente diverse. Ma amalgamatesi in un brodo comune. Questo spiega anche il motivo per cui l’autore si sofferma molto sui rifugi voluti dai giovani alpinisti. I rifugi sono una casetta particolare dove la gioventù sperimenta per la prima volta una sorta di proprietà privata collettiva. Revojera dedica anche a tale aspetto molte pagine che spiegano anche l’origine di certi rifugi celebri.

Ultima annotazione. L'autore non risparmia nessuna regione italiana dove il fenomeno si diffuse e ci dà un prontuario storico di tutte le sezioni. E’ una piccola enciclopedia dove anche la Liguria viene trattata in maniera appassionata. E dove l’alpinismo di un Gogna, per esempio, viene ricordato con sollecitudine.
Motti è morto da tanti anni. Ci ha lasciato una grande, intensa anche spiritualmente, storia dell’alpinismo. Una storia che si legge come una musica divina, o altissima, appunto. Questa di Revojera è un bel canto gregoriano. Sapido, attento, curioso e soprattutto libero. Come le corde con cui gli alpinisti si legano per salire una parete. E’ bello pensare che il moschetto, o il fez, si siano piegati mollemente sotto ad una penna. E guardando una parete piena di sole.
In montagna tutto si ricorda.

di Alberto Pezzini

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