Magazine Giovedì 19 aprile 2001

L'uomo sabbia

Magazine - Avevo lasciato entrare il mare dentro gli occhi. Erano anni che provavo ad indossarlo. Con le sue onde, il suo odore e tutto il resto. Un lavoro complicato se capite cosa intendo. Così sono andata al mare, sulla spiaggia, di notte, quando tutto è silenzio e i pescatori notturni si immergono nelle loro preghiere ai pesci. Abbassavo le mani a sfiorare la sabbia e sentivo i granelli alzarsi per un vento imprecisato e poi accarezzarmi con impertinenza e grazia. E sorridevo signori, se provaste a farvi sfiorare dalla sabbia sorridereste anche voi. E l’infinità dell’acqua era lì davanti a me. Nero, profondità, scura, abissi, alterità, venature, bianche, come zigzag e ferite. Ma poi era entrata quella vena malinconica a stordirmi. Strana combinazione di turbini. Nella mia testa ronzavano ancora le parole di quella canzone che sapeva di salsedine e di lacrime da confondere con l’acqua.

Così nitide che mi sembrava di intuirle tra il vento e la sabbia.
You’re the night Lialah, a little girl lost in the woods
You’re a folk tale, the unexplainable
Avevo voltato pagina per l’ennesima volta, credendomi talmente forte da poter sopportare ogni maledetto addio. Invece questo, di addio, non riuscivo proprio a sostenerlo.
You’re the badtime story, the one that keeps the curtains closed
I hope you’re waiting for me cause I can’t make it on my own
I can’t make it on my own
E sentivo quei versi sempre più nitidi mentre lentamente mi avvicinavo ad un’ombra che a malapena percepivo nella notte. Accesi una sigaretta cercando di assaporare il tabacco che velocemente bruciava al vento. Amori da ricordare con la salsedine sulle labbra e sul filtro.

- Salve - azzardai
L’uomo si voltò, sorridendomi e continuando a canticchiare quella canzone. Poi si interruppe.

- Secondo te è triste? - aveva un viso solcato da profonde rughe di mare e una strana aria da folle che mi incuriosiva - La canto spesso, sai? Ah, sapessi quanto mi piace cantare. -
- Le conosco le parole della tua canzone - feci io. Di nuovo mi guardò con quel sorriso innocente e sereno che hanno i pazzi.

- E’ per questa cosa qui che canto, sai? - indicò le tasche della sua giacca lisa - Io me ne vado in giro e questa è sempre qui.-

Infiniti granelli di sabbia uscivano a fiotti mentre lui li accompagnava con le mani, buttandoli via a manciate come preziosa farina per alimentare il mare.

- Non so proprio che farmene di tutta questa sabbia. E cantare, dio mio, cantare è diventato il mio unico sollievo. Ma guardala.... - chinò la testa triste - ...è davvero infinita...-


Giovanna Carboni

di Donald Datti

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