Magazine Martedì 17 febbraio 2009

'Rhemes o della felicità' di Ernesto Ferrero

Magazine - Rhemes o della felicità di Ernesto Ferrero (Liaison 2008, 52 pp., 21 Eu) nasce come la rielaborazione ampliata del capitolo Nos jours passent comme l’ombre inserito ne I migliori anni della nostra vita edito da Feltrinelli nel 2005.
Racconta dei ritiri che Giulio Einaudi organizzava in questa valle aspra della Val d’Aosta. Ancora oggi trascurata dalla massa più feroce dello sci di massa. Trattasi infatti di zona ancora ritirata su sé stessa, avara di espansione umana ma ricchissima di un fascino antico, finalmente ancora montano.

Qui Ferrero ambienta un mondo estivo trafitto di ricordi anche dolorosi per quanto sono pieni, ed oggi insostenibili. Il peso della malinconia, e della nostalgia, è a volte un bagaglio troppo pesante da portare. Allora bisogna anche parlarne per alleggerirlo. Ferrero narra degli uomini dell’Einaudi e lo fa con l’occhio alla montagna. Un aspetto inedito, questo, anche perché pochi conoscono la voglia di escursioni che divorava Giulio Einaudi. Quell’editore così raffinato, e così intento a creare un progetto editoriale unico, aveva una camminata sciolta, da camoscio. Quella che fa sì che gli altri restino subito indietro con la lingua a penzoloni. Sempre abbronzato, alla ricerca della montagna per creare anche qui un’energia rinnovante. Progetto editoriale e ricerca in montagna dello spirito fisico, ossia quello che garantisce un ricambio spirituale. La cosa più curiosa è che in quei ritrovi, dove all’albergo Granta Parey soltanto l’editore aveva una camera singola (ed un altro personaggio a lui viciniore), Massimo Mila non veniva. Non veniva precettato, o invitato, chiosa Ferrero. Il chè si spiega facilmente. Massimo Mila, insuperabile musicologo e scrittore di montagna oltreché civile, aveva dentro di sé non soltanto e semplicemente il senso della ascensione.

Per spiegarsi meglio. La montagna è schematica quando divide i suoi amanti in due categorie che non si incontrano mai: gli escursionisti e gli alpinisti. Quelli che si riunivano presso la valle di Rhemes erano tutti escursionisti per necessità, nel senso che Giulio Einaudi li precettava. Lo stesso Ferrero si ricorda delle sue escursioni a cui si dichiara non abituato. Anche se poi le ricorda con piacere fisico puro. Perché la montagna ha in sé un ormone, anzi un feromone che riesce a far secernere agli uomini come alle api il miele.
Gli altri sono gli alpinisti, come Mila. Che non si mischiano con i primi. Mila sarebbe venuto se ci fosse stato un Messner che ammirava anche come scrittore. E anche questa è una chiosa golosa che apre una discussione ampia come il mare sul valore letterario degli scritti di Messner. Sui quali si può dire di tutto tranne che non siano decisamente belli, o che non lasciano addosso una voglia di continuare a leggerli.

Poi Ferrero ci lascia il testamento spirituale di Mila. Quello forse più significativo nell’ambito del libro, e della filosofia che alligna dentro la casa editrice Liaison. La montagna. Bene. A questo proposito bisogna essere schietti come aqua fontis. Due sono i libri ai quali va riconosciuto il merito di avere individuato con precisione più vicina all’esoterico il senso effettivo della montagna. Ciò che essa davvero ha dentro e quello che trasmette agli umani. Uno è Terre alte di Carlo Grande (Ponte alle Grazie) e l’altro, anche se in forma quantitativa più contenuta, questo di Ferrero.
Quest’ultimo traccia il contenuto della montagna anche grazie alle indicazioni spirituali di Massimo Mila e quindi è avvantaggiato rispetto a Carlo Grande, che è però più uomo di montagna di suo. E quindi più incline a sentire le voci che il vento fa fare ai monti e tra i sentieri. Ferrero è qui un distillatore e un eccezionale aedo di memorie che forse, diversamente, si sarebbero perse.

Secondo Mila la montagna «è l’unica attività conoscitiva che non avviene attraverso lo studio, a tavolino o in laboratorio, ma si esplica attraverso il fare». E ancora: «di Mila ho fisso il ricordo del movimento appena accennato che gli stira le labbra quando siede accanto a Bobbio al tavolo ovale delle riunioni del mercoledì. Ha l’aspetto pacificato di chi è appena tornato da un’arrampicata impegnativa, e la soddisfazione gli sta scritta ne tono muscolare del corpo. La fatica lo ha depurato, tonificato, gli ha dato la serenità de lavoro ben fatto».
Forse qui Ferrero sta al di sopra del semplice aedo che trascriva delle memorie. O per osmosi, o per trasmigrazione di qualche essenza, ha capito in quattro frasi cosa significa la montagna per le persone, per i cittadini, per gli uomini e per gli eroi.

La montagna è sacrificio silenzioso (La montagna è un signore che bisogna servire in umiltà e letizia) attraverso il quale è possibile, alla sera, guardare dabbasso, verso gli umani, con degli occhiali – e qui l’aggettivo è magniloquente – pacificati.
Quando si sale in montagna e si compie una fatica fisico–spirituale (inevitabile), scende l’attenzione verso le cose umane e si perde l’adrenalina che le rende nevrotiche e perseveranti. Esse diventano diverse, non si perdono, ma si sentono ridotte nell’eco. E il peso si fa più leggero. Mila aveva la grande passione della montagna che gli rese possibile sopportare tanti anni di carcere politico, ma pur sempre carcere. È una filosofia esistenzialista, quella della montagna. Solo che porta all’emersione uomini di acciaio, fatti con un filo di dannata resistenza e di silenzi – talvolta – enigmatici.

Però quel filo così d’angelo e d’acciaio al contempo, una liaison inossidabile, era quella intuita da Einaudi e covata intimamente da Mila. La montagna come culla di energie, e come scalino su cui poggiare i piedi prima di compiere anche il salto più modesto. Un momento di ricreazione intellettuale necessario. Che non è il mare, si badi bene. E non per snobismo intellettuale. Ma perché il mare non possiede quella energia cosmica che nasce dalla fatica umana.
Andate tutto il giorno al mare, e poi un altro giorno state in montagna l’intera giornata. Anche a camminare semplicemente. Alla sera vi confronterete con due condizioni psicologiche nettamente distanti. Come pianeti diversi. Come soli e lune antifronti. Solo che soltanto la montagna vi offre una pacificazione interiore superiore, indecifrabile ma sicura. Soltanto la montagna è come lo struzzo della casa Einaudi: Spiritus durissima coquit, capace di sminuzzare anche le pietre più dure assimilandole con calma. Senza sbalzi. Ma digerendole.
A Ferrero il merito di avere intuito la montagna in un libro che parla di letteratura soprattutto umana. Con uno stile chè beato lui per quanto è sinottico e musicante. Suona bene. Come le montagne quando il vento le copre.

di Alberto Pezzini

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