Magazine Giovedì 12 febbraio 2009

La Liaison

Il filo teso sul ghiacciaio di Busa e Bieller

Magazine - La storia della Funivia dei ghiacciai. Quella che vola come un angelo da Courmayeur a Chamonix. Un “capello d’angelo” scriverà infatti un giornalista dell’epoca, Fernand Albaret su L’Equipe.
Siamo nel 1957. Dino Lora Totino è un imprenditore del tessile biellese. Le foto che accompagnano le parlanti pagine di questo libro ci offrono il ritratto carnoso di un uomo forte, ruvido come le funi destinate a portare le persone sopra uno degli spettacoli più belli del mondo.
Un uomo dal viso che sembra un mastino alla Jean Gabin. Occhi cerulei da cui deve essere transitato un sogno. Complessione robusta con mani toste fatte anche per prendere le stelle. Quel filo teso da La Palud (mt. 1325) fino all’Aiguille Du Midi (3.842 mt) e poi giù fino a Chamonix, unisce due nazioni. Rende vicine due popolazioni. Quelle della montagna più in alto e più vicina agli dei. Sarà per quello che gli uomini la avversano fin dall’inizio. Le guide temono di perdere una parte del proprio lavoro. Altri alpinisti, anche famosi come Lionel Terray e Maurice Herzog, pensano che si stia dando esecuzione al progetto di spettacolarizzazione di uno dei luoghi naturali più naturali al mondo.

Il sovrano dell’Inutile (Lionel Terray scrisse infatti I conquistatori dell’inutile NdR) pensava che quella parte di mondo sarebbe divenuta un lunapark. Totino non si arrese e continuò. La diplomazia dovette fare la sua parte per consentire agli uomini di fare in pace quel lavoro da cani. Tirare su cinque silometri di corda sopra il ghiacciaio più aperto del mondo, a quaranta gradi sotto zero, fu effettivamente un’impresa massacrante. Però era un mondo sopra il mondo. C’era qualcosa che doveva dare forza a quegli uomini, circa quaranta, e tutti sondati in qualche modo da Lora Totino. In certi momenti non c'erano neanche soldi tanto che un giorno si svuotò le tasche ed offrì 5.000 lire agli operai. Tutto quello che aveva. Dal filo di lana al filo di acciaio però ci si voleva arrivare a tutti i costi. Quello che i sogni dettano, la realtà – a volte – non può rifiutare.

In questo libro le pagine sono affiancate da fotografie umane, che quasi sussurrano. E fanno sentire quell’aria imponente, monumentale cattedrale di roccia e cielo che il Monte Bianco lascia sotto di sé. È una sensazione difficile da definire. Ma in quei luoghi esiste un'aria che non trovi in nessun luogo al mondo. Non è l'altitudine, né quell’aria rarefatta che si respira a quelle quote. È un connubio strano e curioso di storia e montagna che non ti spieghi. È un mondo che non puoi rinchiudere in uno schema perché vive di vita sua e tra cento anni sarà ancora lì mentre noi non saremo più qui, dabbasso. È quell’urlo di gioia che il cielo azzurro come un oceano di onde ti strappa dal torace alla mattina presto a Courmayeur oppure ad Entreves quando rivolgi lo sguardo verso i ghiacciai.

Poi ci sono le storie che sanno di umano in senso stretto. Quel mondo sopra le nuvole sviluppa naturalmente una vicinanza umana più intima e disponibile. Le circostanze della vita affinano i sensi ed avvicinano gli uomini quando vivono una contingenza a parte. Ecco perché la cantine di Punta Helbronner diventa il ristorante più alto d’Italia. Dove un piatto c’è sempre. E dove c’è pure un topo raziocinante visto che si mangia il cioccolato a kg. ma uno per volta.
È un’altra vita anche se umana non del tutto. Vivere lassù significa un po’ prendersi addosso un paio di ali che poi non sarai mai sicuro di poter usare giù. Tra quelli che non conoscono il colore della montagna quando l’azzurro è talmente profondo che vira verso il nero. È lì che la montagna si strappa la sua fisicità terrena e trasmuta in uno stato d’animo preciso anche se indefinibile.

Sarà per quello che a certe persone, quando tornano dalla montagna, il mondo impiega qualche giorno per essere rimesso a fuoco con il dovuto nitore visivo. Non è un effetto fisico puramente ma il ritorno ad uno stato terreno venendo da quello di grazia che le montagne donano dopo qualche giorno.
Ancora una cosa. Federica Busa e Cesare Bieller sono due cosmonauti nel senso che, nati entrambi ad Aosta, hanno poi percorso due cammini nel mondo compiendo strade professionali molto elette. Hanno però conservato un cuore dentro le nevi della Val D’Aosta tanto ne parlano in maniera partecipata. Anzi, ne parlano come innamorati che non dimenticano mai l’azzurro del loro cielo. La lingua che usano in questo parco libro (per le dimensioni e non per il soffio che vi si respira) è un incrocio tra una poesia ed un concorso della lingua italiana per la purezza. Il risultato è un libro finalmente scritto in un italiano dimenticato o perduto oggi, dove dietro si sentono ore ed ore passate sui testi di greco e latino, ma con gli sci fuori dalla porta. Nevi e furori, consecutio e Mar de Glace. Anche Tommaseo sarebbe stato contento di loro due.

di Alberto Pezzini

Potrebbe interessarti anche: , Il Natale del commissario Maugeri, l'ultimo libro di Fulvio Capezzuoli. La recensione , Bonelli: Dylan Dog e Martin Mystere nell'Abisso del male , A mali estremi: nuovo caso per la colf e l'ispettore di Valeria Corciolani , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin

Oggi al cinema

Il castello di vetro Di Destin Daniel Cretton Drammatico U.S.A., 2017 Una giovane donna di successo è cresciuta accudita da genitori anti-conformisti, una madre eccentrica e un padre alcolizzato. Il padre, vivendo nella povertà più assoluta a causa del suo licenziamento, distraeva i suoi figli raccontando... Guarda la scheda del film