Magazine Giovedì 19 aprile 2001

Pentagramma

Lo chiamavano “pescatore di suoni”, ed egli sorrideva divertito, perchè non ne sapeva nulla, di canne, ami e fiocine. Eppure, già i lineamenti del viso sembravano scolpiti su pentagramma, nel naso lungo e stretto ci potevi scovare l’elegante chiave di sol, negli occhi piccoli e fuggenti le crome scure, nella bocca sempre un pò imbronciata i segni orizzontali delle pause. Suonava ogni notte, in riva ad un mare lunatico d’umore e dalle ombre cangianti. Si accostava con gli zoccoli rumorosi agli scogli, così stranamente comodi e geometrici per gli amanti diurni del sole, e così pieni di spigoli e insenature per lui anziano nottambulo. Si metteva a scrivere poesie su un foglio accartocciato, quasi già scartasse pensieri troppo intimi, e poi piano piano faceva scivolare giù le sue mani e bagnava con esse quei fogli, perchè l’inchiostro confondesse la grafia e il mare gorgogliasse le parole. Ne nascevano suoni sussurrati e timidi, ma con la tempesta il ritmo diventava più ondoso e sincopato. E il corpo del vecchio si muoveva anche da fermo, come fosse parte del moto di quel mare complice di cose mai dette. Lo avevano scoperto, anni prima, dei pescatori, pescatori di pesci loro, tornati stanchi coi loro barconi pesanti; avevano temuto il fattaccio, vedendo quel vecchio giù chino, ma poi vedutolo rialzarsi non gli avevano domandato nulla, perchè tra naviganti non ci si invade.

Aveva voluto invecchiare ogni notte così, e adesso i suoi compaesani lo piangevano, in quel giorno pieno di sole, gonfi di ricordi, spesso solo chiacchierati, delle sue notti musicali. Il mare era disteso, come stirato, dopo che quelle mani nodose lo avevano tanto stropicciato. Ma veniva ancora una musica, lenta, da un ultimo foglio, che si era smarrito insieme con la vita di quel vecchio pescatore.

Un pesciolino, incurante dei riti, guizzava a tratti, quasi seguendo quel ritmo di carta: era il suo il saluto più profondo.


Marialuisa Bellopede
di Donald Datti

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