Magazine Giovedì 19 aprile 2001

Mio figlio si chiamerà Pablito

Naufraghi e sopravvissuti, al mare, al mondo intero, ai pensieri della gente. Rifugiati in una tenda blu ad aspettare che le onde si plachino e che si possa tornare a casa..Una coppia di ragazzi irlandesi mangia peperoni a colazione seduta a un tavolo di pietra che si affaccia sulla scogliera, e la scogliera si affaccia sul mare. Lei si alza e si lascia andare al vento, il suo pareo si gonfia, sembra voler volare via, dalla radio abbandonata per terra esce una versione live di “Stay” degli U2, poi, quando inizio a sorseggiare malvasia e la verso sul volto di Sara, sento “Lilac Wine” di Jeff Buckley, quello che è morto giovane. Una donna trascina una bambina su un passeggino azzurro e la bambina strozza un delfino di peluche canticchiando una ninna nanna dolce che la culla e la ruba in un mondo di sogni. Io canto, ubriaco, la stessa ninna nanna che canticchiava la bambina e lei piange e sussurra accucciata al fianco della tenda: “Mio figlio si chiamerà Pablito”. Da lontano sento il fischio di una nave, e Guccini che canta Keaton: “Sembrava facile toccarlo con un dito, ma il cielo ci ha voluto tutti fermi”. Naufraghi. Sara afferra la bottiglia con le sue mani bianche che tremano, beve e piange, piange e beve. Ha i capelli arruffati e il volto di bambina. E’ un fiore di loto che galleggia su un’acqua immobile. Poi l’inquadratura si allarga, e ti accorgi, in un momento, terribile, gelido, che galleggia in un’ampolla di vetro. Tra le onde, intravedo, la prua di una nave. Che balla.


Giuseppe Scatà
di Donald Datti

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