Magazine Lunedì 26 gennaio 2009

Il 'Ricatto perfetto' di Antonio Cabrini

Magazine - Ti aspettavi un altro Faletti. Sono quelle occasioni in cui credi che troverai dell’oro. Nascosto e anche inaspettato. In fondo, per dirti che poi, sarà davvero stato lui a scrivere il libro? Il dubbio è sempre tiranno in queste situazioni e titilla l’anima del recensore e/o del lettore soltanto se la qualità è superiore alle aspettative. Quindi, più che buona. Antonio Cabrini è un calciatore che sa invecchiare bene. Ha scelto di scrivere. Il risultato è un buon prodotto, Ricatto perfetto (Il filo, 2008. 156 pp., 14 Eu).
L’intuizione è di quelle per cui nei gialli tiene la tensione se arriva qualcosa di nuovo sotto pelle. Cabrini si è messo a giocare a pallone, infatti, in un luogo che oggi è liso e consunto per l’uso e la profluvie di idee che ci sono state propinate. Già il fatto che si tratti di un giallo senza morti né feriti la dice lunga sulla tenuta e sulla pelle del libro.

La storia di un giornalista che finisce con il culo per terra in termini economici e che va a bussare alle porte degli amici aiutati durante gli anni migliori. Naturalmente le risposte sono grandi pacche sulle spalle e zero lire. Decide quindi di vendicarsi scrivendo un libro verità sulla maniera indegna e sporca mediante la quale ognuno ha fatto la grana. A palate. Di lì parte il libro.
Scritto in maniera chiara, senza pretese, ma con una certa trasparenza docile, di casa. Ci sta che sembra di vivere bene e in simbiosi la storia. Si vedono subito tanti personaggi umani tipici della nostra vita. Dietro ogni grande fortuna c’è un crimine, così Honorè De Balzac. Così non c’è scampo per chi ha fatto un sacco di soldi in maniera fangosa. Come i protagonisti di questo libro e del libro che ci sta dentro. È una storia nuova, ecco. La semplicità sta anche in questo. Nella sua novità. Pensare che la scrittura possa divenire un’arma infallibile e diretta è forse un’idea scontata. Ma neanche troppo se il lettore comincia a pensare un poco mentre legge.

Cabrini ha usato bene una certa melina iniziale per poi lasciarti in balia dell’interrogativo principe che è sempre quello del come andrà a finire. Come peraltro non ti saresti mai aspettato. È allora anche un giallo dove l’arma del ricatto diventa lo scrivere. Per un giornalista è vitale. Come respirare con le branchie per un pesce. Quando La Gazzetta del Popolo chiude, il nostro si ritrova in crisi di ossigeno. Con due figli e una moglie neanche troppo pretenziosa a dire il vero. È fantastico il modo in cui un calciatore abbia potuto creare un inno scritto alla parola, allo scrivere. Al di là del valore letterario che non serve poi più di tanto se al lettore le pagine scorrono volentieri in mano divertendolo.
Va detto che Cabrini ci dice cosa significhi lo scrivere. Senza pretese. È quasi mettere davanti in un contraltare dannato e finalmente oppositivo il denaro e la cultura. I recensori spesso cercano di trovare dei messaggi anche nei libri più chiari ed evidenti. Qui c’è però una vendetta ragionata, fortificata dalla scrittura, e anche un poco osteggiata dalla famiglia del giornalista.

Tutti i personaggi di una vita hanno trovato il modo di fare soldi. Dalla puttana di buon cuore, al mago da quattro soldi che sfrutta la debolezza psicologica delle persone, all’orafo che organizza colpi con destrezza nelle gioiellerie altrui sostituendo pezzi originali con copie posticce realizzate ad arte in laboratorio. L’unico uomo onesto resta il giornalista che a volte ha addirittura non pubblicato il pezzo che avrebbe potuto perdere o far perdere qualcuno.
La scrittura resta povera, incazzata, e svillaneggiata. Perché quando si va poi in giro avendo la forza di dichiarare che la propria situazione è critica, bisognosa e si chiede un prestito a parziale gratitudine di giorni lontani in cui anche i padri e i nonni avevano già aiutato, ti senti sbattere la porta in faccia con un’arroganza massima. E che ancora offende. Qui c’è il fermento nuovo. In questo passaggio. Quello della rabbia, dell’umiliazione e della frustrazione. Di lì la cultura prende il sopravvento e il giornalista comincia a pensare che la scrittura debba a questo punto diventare quell’ascia bipenne capace di castigare i torti.

Il libro allora diventa storie umane dove sembra che la cronaca faccia anch’essa la sua parte. Pezzi di vita, che sembrano poi tutti vicini, a contatto stretto. Come biglietti da cento. Perché il denaro è l’unico collante. Così come riconoscere che la cultura è anch’essa capace di aiutare quando si è in difficoltà perché speri che abbia qualcosa in più.
Ora. Cabrini non è uno scrittore ma sa far divertire. Scrive lineare e non sbaglia mai tempo. La fine è ad effetto anche se pensi che te la saresti aspettata un poco diversa e senti però sgonfiarsi all’improvviso un natante portato molto più al largo prima. Intendiamoci. Non è che il finale deluda. Le pagine corrono come palloni rasoterra (il libro gioca bene) ma nella fine ti saresti aspettato un gol più leccato, o forse più complicato nell’esecuzione.

Di certo ci stanno due cose. La prima. L’ambiente giornalistico è bene scrutato e conosciuto. Cabrini non ha scritto senza sapere su cosa stava cimentandosi. Certi vezzi, e certe atmosfere sono però ancora di certe redazioni di un tempo. Segno che il bell’Antonio è rimasto fedele al suo clima temporale (nel romanzo si parla ancora in lire). E questo è un segno di un buon prodotto artigianale perché ha voluto conservare una certa cera d’autore nettamente originale e non sporcarla con patine moderniste o moderne. Che ormai stufano perché tutte uguali e similoro.
La seconda. L’invenzione. È originale. La vendetta della scrittura portata avanti da un giornalista onesto è la ribellione che tanti scrittori e giornalisti sognano. È la revanche definitiva, quella che finalmente senti che irromperà e ti potrà perdere o salvare. È Un giorno di ordinaria follia nella scrittura. Ecco perché la lettura prende. Perché non ci si accorge mai quanto denaro fanno i disonesti e quanti sacrifici silenziosi fanno quelli che non si sentono di diventarlo. O che semplicemente si sentono così rigorosi almeno in quello da patire ed arrovellarsi dentro per l’inutilità economica della scrittura. E più cosmicamente della cultura. Carmina non dant panem.
Qui l’assioma è capovolto. Da chi ha subito e poi si ribella.

La ribellione avviene nella quotidianità. E questo è il terzo punto su cui Cabrini ci dà una scossa piacevole. Scrive come se parlasse di casa sua. Ha una scrittura tranquilla, che ti permette di stare in casa seduto al suo salotto. Questa famiglia, del giornalista, viene vissuta in maniera sana, e non ha deragliamento alcuno. È uno spaccato di vita domestica dove ad un certo punto il capofamiglia decide che ne ha abbastanza. Decide una svolta per fare stare bene tutti. L’aria è molto e densamente piemontese. Torino viene vista d’estate, e in un’estate soltanto il libro viene scritto.
L’unica concessione atemporale è la stampa del libro che sembra quasi ondine, così come succede oggi dove ti scrivi e ti fai stampare il libro ricevendolo a casa in formato già pronto. Anche questo però è un segnale nitido di dove può andare ancora a giocare Cabrini. Se ha visto nella scrittura un sequel per la sua vita, ha intuito anche che il mondo delle lettere costituisce un lago pescoso per le storie. Salato perché già battuto da molti che hanno rivoltato le acque, ma pieno di approdi interessanti. Il primo e futuro sta già nei ringraziamenti dove annuncia che altre storie arriveranno. Il segreto non è una bella scrittura. È una scrittura che non ti saresti aspettato. Almeno oggi, con tanti che scrivono come una volta si leggeva. Siamo diventati così.

di Alberto Pezzini

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