Magazine Martedì 20 gennaio 2009

Impotenza: quando l'uomo ha paura

Magazine - Questa è una ristampa per uomini. Per uomini che scopano con la poesia nell’anima ed un certo machismo alla Hemingway. La storia di un cinquantanovenne ricco, con una bellissima fidanzata brasiliana molto più giovane di lui e una vita spensierata sembra un copione da film. Scontato. La paura del declino fisico è però un tarlo assassino. Che si insinua dentro di lui dopo un incontro d’affari a Venezia e non lo lascia più. Ecco subito la radiografia in diretta di una discesa all’inferno.
In Biglietto scaduto (Neri Pozza, 223 pp, 12 Eu, traduzione di Federico Riccardi), Romain Gary (pseudonimo di Kacef) registra la radiografia più dura e clinica della discesa nell’impotenza maschile. Sono pagine di poesia quelle votate a cercare nel ricordo un amore costante di donna. Il sesso è una bomba che non lascia feriti. Richiede un appagamento incondizionato, una frenesia totalizzante. Non c’è spazio per la morbidezza.

Le pagine diventano dure, ostiche, quando parlano di come un uomo possa perdere la virilità. Non si tratta soltanto di uno spazio dedicato alla medicina. Non si tratta neanche di pagine dedicate alle paure degli uomini dopo che un incontro è andato in bianco. Anche se la descrizione dell’atteggiamento femminile al riguardo è lucido e memorialistico come non mai. Nessun dettaglio viene dimenticato. Ogni momento della debacle maschile è messo sotto una lente virtuosa, attenta. Poi c’è il passaggio quasi impercettibile per cui un certo tipo di uomo, se sa di non poter copulare con la consueta fame, comincia a perdere la propria capacità di tenere bene la terra. Gary è un lucido inquisitore degli uomini e di ciò che resta dopo un rapporto bianco. C’è peraltro una grande dose di emotività nel libro. E la discesa verso la consapevolezza di non poter funzionare più come si vorrebbe. Le descrizioni anatomiche sono però precise ma non offendono mai. Quasi anestetizzate. Quasi che la coscienza lucida che non verrà più duro come un tempo non possa essere detta a parole chiare. L’impotenza verrà gridata soltanto all’ultimo, quando è difficile non affrontarla più. L’amore viene ad essere un’ancora di salvataggio ad un naufragio volontario. Si sceglie di deragliare quando non si ha più forza. Almeno lo sceglie quello tra gli uomini che non vuole vivere come un bue sociale.

È una storia bella, piena di tormento. Sembra quasi che la malattia – si chiama così – sia una piaga lenta, che faccia marcire prima i gangli nervosi dell’apparato genitale. Tanto che il flusso di coscienza in un romanzo del genere scorre abbastanza potente. Ma la confessione si legge come un giallo. Scendere dentro un uomo in questi casi è effettivamente sconvolgente. La ragnatela che si spalanca nella mente fa paura e sembra avere due occhiaie vuote a cui non sai trovare una copertura degna. Si ha paura. Si suda. Si cerca un aiuto anche fisico che talvolta non regge l’assalto. Nel protagonista si fa strada anche la figura maschile e ausiliatrice di un uomo più giovane, capace di soddisfare la sua fidanzata in sua vece. Ma è una sorta di creazione onirico–immaginaria, con la quale si cerca di trovare un aiuto alla propria improvvisa fragilità. È la caduta di un uomo di successo dentro un baratro di melassa venefica.

La versione clinica della discesa agli inferi è mediata dallo stile di Gary. Una via di mezzo tra Simenon ed Hemingway, una luce pomeridiana calda come un torrente di lava. Scrive come un santo, Romain Gary, che ha però conosciuto i fiumi della maledizione. Non sa rinunziare infatti ad una poesia delicata, vibratile, minuziosa. Le immagini sono però di una poesia attuale, drammatica, vera. Ecco. È forse perché c’è una vita che si vede nelle parole e si intravede una sofferenza tragica. Filtrata da una cultura che conosce pochi spazi ma respiri decisamente internazionali. Chi si suicida ha però – quasi sempre – una penna in bilico tra il cielo e l’inferno. Ha forse una sorta di preveggenza di ciò che sta al di là. Gary morì suicida pur avendo avuto in vita donne meravigliose e un’esistenza appagante. Francese a metà, vinse due volte il Premio Goncourt. Sposò l’attrice di Bonjour Tristesse, Jean Seberg. Il 3 dicembre del 1980 si sparava alla testa, a Parigi.

Quasi una sorta di catastrofe di vita vista prima nei suoi romanzi. Incapaci di tenere dentro di sé quello sguardo carico di bellezza di cui sono capaci le sue pagine. Sembra quasi che una poesia naturale non possa andare disgiunta dalla tristezza, da una certa paga che bisogna dare per controcanto. Un contrappasso amaro, da pagare. Eppure non si comprende come mai Gary non abbia sopportato cosa. Nel romanzo ci descrive anche la sua morte nelle ultime pagine. Lenta, preparata a tutti i costi, densa di una disperazione che ad ogni momento sembrava superata ed invece è sempre là. Una cagna dagli occhi verdi. Un cercare di ostracizzarla in un momento di vigore, un ricordo dell’antica vigoria.
Un viaggio così allucinante dentro l’impotenza maschile ha qualcosa di lucido, di ragionato e di finalistico. Ci deve essere uno scopo per cercare una spiegazione. L’amore non viene scelto, però. Neanche con il discorso del corpo. La fidanzata brasiliana lo dice a chiare lettere. Non ti ho cercato, non posso lasciare tutto per qualcosa di fisico. È che sei tu, non posso farci niente. È una cosa bella sapere che ci può essere una donna capace di un amore tanto forte, tanto attonito, e fisso, scompaginante.

È un romanzo che va giù come un maglio di piombo. È una fitta al cuore. È il peggior sudore che può conoscere un uomo quando non ce la fa. E comincia a presentire quella fragilità capillare, nervosa. Quella infermità motoria che grida così, all’improvviso. È un romanzo di vita in cui soltanto un grande artista poteva cimentarsi senza scrivere nulla di volgare ed anzi raggiungendo vette di poesia altissima. È una descrizione della paura maschile più intima, quella più arcaica e longeva. È un risultato anche di una certa letteratura machista, forse? Qualche influenza ci deve essere stata. Qualche essenza dell’aria parigina deve avere avuto un certo accento al riguardo ma non è tutto.
È l’animo maschile il vero padrone delle pagine tutte anche se l’amore della donna è un grande dono. È la consapevolezza di non poter fare più all’amore ciò che può far perdere un legame? È quello che decide della fine di un rapporto?

Di certo è una grande paura quella che fa andare dentro alle pagine sperando che ci sia un lieto fine. Che forse arriverà. Di certo c’è che il libro non finisce come il lettore è indotto a credere. Questo è un bello scherzo. Un libro sull’impotenza che non finisce in modo compiuto. Ma forse perché l’impotenza è prima di tutto un fatto mentale, una sorta di paralisi prima psicologica che fisica? Di certo è che Gary non ci risparmia nulla. Come la vita.
La conclusione è però che quando il biglietto è finito, anzi è scaduto, non ci sia più appello. Non c’è rimedio alla finitudine dell’essere umano. Va accettata. Con un certo eroismo oppure compiendo una scelta più coraggiosa perché di anticipo. C’è più coraggio nell’anticipare la morte oppure nella consapevolezza di doverla attendere?

di Alberto Pezzini

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