Viaggi Magazine Lunedì 29 dicembre 2008

Cuba, andateci subito andateci presto

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Magazine - Un appuntamento rimandato da più di vent’anni. Per la maturità, i miei genitori mi regalarono un viaggio a New York. Dopo tre giorni ero già stufa. Irrequieta, con il mito di Kerouac in testa, insieme ai miei amici prendemmo un Greyhound, destinazione Miami. Ma non bastava, volevamo andare a Cuba. Mi misi quasi a litigare, nell’agenzia di viaggi, quando mi dissero che non c’era proprio nessun aereo che partiva dalla Florida per L’Avana. Sapevo che c’era un embargo, ma mai mi sarei aspettata che non ci fosse neanche un volo settimanale. Ebbene cambiammo progetto e decollammo per la Jamaica. Ma questa e tutta un’altra storia. Bella quanto si vuole, ma tutta un’altra storia.
Finalmente sono approdata a Cuba lo scorso novembre, in una notte piena di stelle. Crocevia di pirati, riparo per le navi spagnole gonfie d’oro, da sempre isola ribelle, prima contro gli spagnoli, poi contro gli Stati Uniti, è difficile definire Cuba. Chi ritorna a casa, dopo essere stato immerso nelle sue atmosfere caraibiche, ripartirebbe subito. Non ti soddisfa mai e quando la lasci, già ne senti la mancanza.
Sono stata fortunata perché, in così poco tempo, ho toccato con mano una realtà che richiede molto di più per sentirsene parte. In questo mi ha aiutato l’amico giornalista Aldo Garzia, che ha vissuto all’Avana per tre anni, come corrispondente del Manifesto. Mi ha fatto incontrare italiani che lì vivono da anni, come il bravo fotografo Giuseppe Lo Bartolo, persone che mi hanno messo in mano le chiavi interpretative di Cuba. E poi l’attrice Odalis, il fotografo John, la sua compagna Mercedes, l’imprenditore Mauro. Sono stata a casa di Alberto Granado, il “giovane” che ha fatto il giro del Sud America in motocicletta con il Che. Oggi ha ottant’anni. Ho incontrato tanti italiani e stranieri tutti stregati da quest’isola.

A gennaio ricorre il cinquantenario della rivoluzione dei Barbudos, quel pugno di ribelli che salì sulle montagne della Sierra Maestra negli anni Cinquanta, Che Guevara per primo, mito per generazioni di giovani. Il primo gennaio del 1959 il dittatore Fulgencio Batista fuggì dall’Avana e i rivoluzionari presero il potere. Pensavo di trovare a Cuba un regime poliziesco, persone che non potessero esprimere il proprio dissenso, una cappa che mi seguisse ovunque. Un po’ come mi è successo nel mio viaggio in Cina. Come è sempre avvenuto finora, nel mondo, quando una rivoluzione mossa da ottimi principi si consolida e lascia che siano sempre gli stessi a imperversare al potere.
Invece no, non è stato così. E, nel dire questo, esprimo il mio personalissimo parere, l’impressione di chi non può capire tutto in quindici giorni. So che tanti dissidenti o persone che hanno avuto a che fare con Cuba, potrebbero maledirmi dopo aver letto questo mio intervento. Non bastano anni per capire le dinamiche di quest’isola complessa, la più grande dei Caraibi, lunga più di mille chilometri, con più di dieci milioni di abitanti. Quindi prendetele come le prime impressioni.

In generale sembra che tutti possano lamentarsi del governo, dal taxista che ti porta a spasso allo scrittore che scrive racconti dove si prendono in giro i servizi segreti (Edoardo Del Llano, Unplugged, Gran via). In tanti dicono che le cose devono cambiare, che sono stanchi, che vorrebbero una vita più agiata. Eppure il guidatore di coco, il taxi motocicletta tutto decorato, ha una proprietà di linguaggio e una capacità analitica sulle questioni di politica internazionale che da noi neanche i laureati.
Giuliano Montaldo era in quei giorni a Cuba per girare un documentario sul cinquantesimo anniversario della rivoluzione che andrà in onda sulla Rai a febbraio. L’ho incontrato per caso all’Hotel Nacional, uno dei più affascinati alberghi dell’Avana – stile coloniale anni Trenta -, e nella nostra lunga chiacchierata mi ha raccontato come sia rimasto stupito della cultura della gente comune e dei giovani. Io ho avuto la stessa e identica impressione. A Cuba sembra che tutti abbiano il necessario e quasi nessuno il superfluo. Per necessario io intendo mangiare, casa, luce, gas e telefono, istruzione (e fruizione della cultura) e sanità pubblica, tra le migliori del mondo, la migliore di sicuro di tutta l’America Latina. Pochi hanno la macchina, pochi possono viaggiare all’estero, pochi hanno computer e connessione internet a casa. Anche se in tanti navigano in ufficio. Ebbene le auto con i loro gas di scarico stanno distruggendo il pianeta ed è una fortuna che a Cuba ce ne siano ancora così poche. A me, però, se mi togli la possibilità di viaggiare, mi togli il respiro. E poi internet è una delle poche cose positive delle ultime decadi. In questo li capisco.

Però, però, però, la dignità che hanno i cubani, il loro modo di porsi non li ho trovati in nessun altro Paese considerato povero. Quasi nessuno fa l’elemosina, mi succede di più nella città dove vivo, Genova. Nessuno scruta con avidità nei cassonetti, come ho visto in tante parti del mondo, compresa l’ex-comunista Mosca. Forse perché sono stata a Cuba a fine novembre e inizio dicembre, non in stagione turistica piena, non ho neanche incontrato tantissime jineteras (le donne che in cambio di una cena e di soldi trascorrono una notte con i turisti) e ancor meno jineteros. Però c’erano e vi assicuro che mi ha un po’ stomacato vedere queste ragazze ventenni belle come il sole sedute ai tavoli dei ristoranti con vecchi occidentali cadenti. Forse sono anche stata influenzata nel giudizio da due amici europei – maschi - che vivono lì e mi hanno raccontato quante brutte storie hanno visto: molti loro conoscenti europei e anche qualche donna ci sono cascati e ne hanno sposata/o una per poi portarla/o in Europa, dove tutto è naufragato tra botte, denunce, avvocati e divorzi. Alcuni sono stati ridotti sul lastrico. Ma si potrà mai amare qualcuno se di mezzo c’è l’interesse economico? Ma questo non succede solo a Cuba, anzi altrove è molto peggio.

Un’altra cosa che non mi aspettavo: non c’è nessuna celebrazione del Leader Maximo nel senso tradizionale di tanti Paesi comunisti, non ci sono statue di Fidel da nessuna parte. Imperversano quelle di José Marti, poeta e martire delle guerre d’indipendenza, un po’ il nostro Garibaldi, non mancano celebrazioni a Hemingway. Il Che invece è dappertutto, quasi uno spirito guida, a cominciare da Plaza de la Revolucion: non statue ma murales. Gli alberghi di lusso dell’Avana sono pieni e zeppi di gadget sul Che, come da noi nei centri sociali. Ma questo non succede solo a Cuba, è ancora un’icona per milioni di giovani di tutto il mondo.
Nel museo principale dell’Avana, un po’ annoiata dall’arte coloniale, non vedevo l’ora di arrivare agli artisti degli anni Sessanta e Settanta: ero incuriosita di vedere come se l’erano cavata a Cuba, sicura di trovare orribili ritratti di politici. Mi sbagliavo alla grande, non esiste arte celebrativa, nessuna traccia di socialismo reale nell’arte del Novecento, anzi alcune opere possono essere anche lette in chiave critica.

Un’altra cosa che mi ha stupito: sono stata nella sede cubana dell’Istituto Dante Alighieri, per una conferenza di Mariela Castro, figlia di Raul, l’attuale presidente. Non solo non c’era nessuna scorta di polizia, ma lei - una quarantenne sveglia e intelligente - era lì per parlare dei diritti degli omosessuali e di quello che sta facendo, insieme alla sua associazione, per promuovere presso il governo una sorta di “Dico”. Dopo le persecuzioni che il governo ha fatto agli omosessuali cubani qualche decennio fa, mi sembrava impossibile che la figlia di Roul, nonché nipote di Fidel, dicesse cose che condivido in ogni singola virgola. Dicono che sia lei il futuro di Cuba, per quello che ho visto non avrei niente da eccepire. Anche se non amo i raccomandati.
Insomma Cuba mi ha messo di buon umore, una predisposizione positiva verso la vita che non vorrei disperdere. Sarà perché ad ogni angolo incontri qualcuno che suona e che balla, sarà perché per quindici giorni non ho visto una pubblicità né per la strada, né in televisione. Non è che io ce l’abbia con la pubblicità, fa vivere mentelocale.it così come tanti altri organi di stampa, però provate a stare un po’ di tempo senza essere bombardati da culi, tette, bicipiti che reclamizzano qualcosa. Si sta più a proprio agio con se stessi, e si raggiunge una sorta di pulizia visiva mentale.

Sarà per il melanconia che ispira il Malecon - la mitica passeggiata a mare dell’Avana - in inverno. Sì perché anche lì c’è l’inverno, dove la temperatura scende anche a 25 gradi. Sarà per l’atmosfera cadente degli edifici o per le limousine degli anni Cinquanta che sfrecciano rumorose per le strade. Volevo andare a Cuba prima che tutto questo finisse e ci sono riuscita. Un appuntamento rimandato da più di vent’anni. Lo dice anche la Rough Guide, andateci subito, andateci presto se non ci siete ancora andati, perché tutto cambierà fra breve, quando l’isola entrerà a far parte del mondo globalizzato. Ma i cubani – ribelli e testardi – hanno sempre trovato la loro via e non è detto che il Malecon si riempia di Mc Donald e Pizza Hut, come dicono tutti.

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