Magazine Mercoledì 18 aprile 2001

La fisarmonica d'acqua

Magazine - Un telegramma proveniente da Ain-el-Turck annunciò la morte di papà. Trucidato, insieme ad altre ventisei persone, mentre il pulmino della Sonatrach li riportava a casa. Un finto posto di blocco, le urla, il massacro.

Ora devo tornare. Tornare in quell’Algeria che decisi di lasciare otto anni fa: un addio, forzato, per non soffocare. In tasca, un pugno di terra. Perchè le radici sono pietre antiche, sono legami oscuri in grado di restituire un senso di dolcezza. E quei nastri, densi di suoni, che mia sorella, Soraya infilò furtivamente nella mia sacca? Scampoli di ricordi, melodie, pilastri su cui sorreggersi. Il resto, lo avrebbe fatto il profumo di salsedine. Il gelido sole della paura non tramontò nemmeno quando mio padre mi baciò per l’ultima volta. Marsiglia non è certo Orano. Partii convinto che il suono del mare mi avrebbe restituito spruzzate di tepore familiare.

La musica che mi ha accolto, invece, è stata differente: “Je suis venu et je ne savais pas èncore qu’ici on avait peur de ses voisins”. Il mare, magico tappeto verso terre sognate, mi ha invece scaricato su una spiaggia dalla sabbia fragile, dal cielo cupo, dai doganieri inflessibili. La cruda realtà per noi viaggiatori in fuga mi è stata presto sputata in faccia: “Personne ne t’aide si tu t’appelles Said ou Mohamed”.

Oggi sono di nuovo sul calesse d’acciaio trascinato dai cavalli dalle bianche criniere. Alcuni festosi viaggiatori ascoltano l’ultimo concerto di Khaled. Non ho voglia di parlare, di sorridere. L’Algeria che ritroverò sarà un’Algeria che uccide i suoi figli, gente che ha impegnato la vita per la Sua libertà; gente come mio padre.

L’unica musica che sentirò sarà quella di un mitragliatore.


Marco Pardo

di Donald Datti

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