Magazine Venerdì 19 dicembre 2008

Racconto di Natale

Magazine - Babbo Natale si alzò sbuffando dalla gigantesca poltrona di velluto, ricucita alla buona da Gertrude, la domestica nana, sui braccioli consunti, in cui il tessuto, consumato dai gomiti gonfi d'adipe di Santa durante interminabili pomeriggi d'ozio, aveva sostituito il corposo verde boschivo originario con una indefinibile sfumatura di giallo, che, per associazione, faceva immediatamente pensare alla sua barba sporca e alle unghie macchiate di nicotina.

La donna, dal basso del metro scarso cui la sua specie la condannava (ma non è che elfi e gnomi se la passassero molto meglio, anzi), osservò le terga del ciccione che si agitavano in cucina in cerca di qualche avanzo di panettone allo zabaione, con una miscela di insofferenza e apprensione. La prima ingenerata dallo sfacelo che certamente Santa avrebbe lasciato in eredità al suo spuntino, interi arcipelaghi di macchie zuccherine e briciole collose di bava, la seconda dal timore che, annebbiato dal residuo etilico della sua adorata vodka polacca, rompesse un piatto, costringendola a lunghi minuti china sul pavimento a raccogliere schegge, minuti che con l'avanzare dell'età (la donna aveva ormai 274 anni, e li sentiva tutti) e il peggiorare delle condizioni della sua schiena, divenivano di giorno in giorno più estenuanti. Grazie al cielo tutto andò per il meglio.

Santa mollò una scoreggia poderosa e attaccò il panettone.
«Quanto manca ancora?»
Gertrude rispose senza pensare, come faceva sempre, ognuno dei 364 pomeriggi l'anno in cui la domanda le veniva rivolta.
«3 giorni e 2 notti signor Santa. È il 22 dicembre».

Alle volte, prima di assopirsi nel minuscolo letto incastrato in mansarda, due piani sopra la ciclopica camera di riposo di Babbo Natale - piani che comunque non riuscivano a isolarla acusticamente del tutto dal suo russare baritonale, sfacciato, quasi arrogante si sarebbe potuto dire, non fosse per l'incoscienza che bisognerà pur riconoscere a un qualsiasi soggetto dormiente, persino a lui - Gertude osservava la grande specchiera in mogano e la vecchissima trousse di belletti con una certa malinconia, ripensandosi poco più che centotreenne, energica e fascinosa, i grandi occhi neri curiosi e allegri ad adornare il viso tondo e luminoso.

Aveva dedicato l'intera vita ad un uomo che lavorava un solo giorno l'anno, passando i 364 restanti in casa, impartendo ordini con trascurata abitudine e, apparentemente, nessuna riconoscenza, nonostante gli oltre 180 anni di fedele servizio della donna, durante i quali lei non aveva mai osato lamentarsi per lo stipendio o protestare per alcuno degli anche piuttosto spiacevoli compiti che le toccava di sobbarcarsi, come per esempio lavare a mano i giganteschi pantaloni rossi che Santa le presentava puntualmente sporchi d'urina il 25 sera, quando rientrava dall'unico giorno di lavoro di quell'anno bestemmiando perché, ancora una volta, non aveva nemmeno avuto il tempo di fermarsi a pisciare.
In questi pensieri perduta, anche quella notte, Gertude raggiunse infine Morfeo.

La mattina del 24 risplendeva di sole tra i ghiacci gelati del Polo, quando Babbo Natale se ne uscì dal bagno con i pantaloni a mezz'asta chiedendo dove fossero i rotoli di carta igienica. Gertude lo sentì dal piano superiore, dove stava rassettando la stanza degli ospiti - messa in subbulio dalla notte passata da Santa in compagnia di due biondissime elfe gemelle - e mentre si crucciava di una dimenticanza tanto sciocca, si sentì sollevata dal trovarsi in quel momento in un altro spazio della casa, lontana da uno spettacolo cui le era già capitato di assistere, e che non avrebbe esitato a definire desolante.
«Nell'armadietto piccolo in corridoio! Mi perdoni la sbadataggine!»
Santa si grattò sgraziatamente il pube e bofonchiò "Sì sì". La maledetta notte di lavoro incombeva, e la carta igienica era l'ultimo dei suoi problemi. 24 ore prima aveva scambiato la lista dei doni per lo Scottex, e ci si era soffiato il gigantesco naso butterato senza farci caso, a causa della vodka e delle gemelle. Ora non aveva idea di dove fosse finita, e doveva inventarsi qualcosa.
La soluzione gli sovvenne mentre si sgrullava l'uccello.

Gertude si strinse sul piccolo sgabello della cucina sfiancata dall'apprensione. Mancavano due ore alla partenza e non vedeva ancora il sacco.
«Che succede signor Santa?»
«Ho perso la lista.»
«Ha perso la lista? Mio Dio, ma com'è possibile? Ha guardato bene nel cassetto dei calzini? L'ha sempre messa lì!»
«Quest'anno no. Le gemelle hanno frugato nei cassetti. È una lunga storia.»
«Ma... e ora?»
«Beh, ho pensato questo. Lei sa usare Excel giusto? Io col PC ci gioco e basta, facebook e tutte quelle stronzate, ma lei aiuta sua nipote con la contabilità, quindi so che ci capisce. Vorrei che mi ordinasse le due liste alfabeticamente, quella di tutti i regali disponibili, e quella di tutti i destinatari designati per il Natale 2009. Poi faccia un semplice match fra le due liste, ne compili una terza con il risultato e la porti agli gnomi. Faccia in fretta che il tempo scarseggia. Fra due ore e mezza devo essere a Cuba».
Anche se a Gertude l'idea non sembrava esattamente brillante, fece quello che faceva sempre: obbedì senza fare domande.

E fu così.
Fu così che il piccolo Marcello che aveva chiesto un agenda dei Gormiti ebbe in dono un vibratore ergonomico della Durex, mentre una simpatica ma solitaria pescatrice di salmoni dei fiordi norvegesi si ritrovò a guardare un'agenda fradicia pensando che aveva immaginato la sensazione sarebbe stata diversa.
E tutto per colpa di due minuscole gemelle bionde.

di Giorgio Viaro

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