Magazine Venerdì 19 dicembre 2008

Rudolph: dal Polo alle Alpi

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Magazine - Aveva cominciato a piovere, dapprima piano, poi sempre più insistentemente, ma il camino era acceso alla grande e la mamma, in barba alla sua dieta, aveva preparato la cioccolata calda: insomma, c’erano tutte le carte in regola per ascoltare un racconto.
Come era capitata lì una renna di Babbo Natale? Ecco quello su cui tutti attendevano una spiegazione!
«Dovete sapere – iniziò Rudolph con un certo sussiego – che io sono il capo delle muta di renne di Bienne, quindi spettano a me l’onore e la responsabilità di trovare sempre la strada giusta, possibilmente al primo colpo. Per essere all’altezza, durante tutto l’anno studio almeno un paio di ore al giorno sugli atlanti più aggiornati; inoltre ho l’abbonamento alle principali riviste geografiche del globo e un collegamento veloce ad internet, che tra l’altro serve anche a Bienne per tenersi in contatto con le ditte specializzate nella produzione di giochi, soprattutto elettronici. Anzi, se mi lasciate aprire una parentesi a questo riguardo, non vi nascondo che il capo è parecchio scontento, non solo per la quantità di regali che ciascun bambino ha il coraggio di chiedere – siete insaziabili - ma anche per la difficoltà di procurarseli. In passato gli Elfi fabbricavano i regali con i materiali a loro disposizione su al Polo e, per quanto ci fosse un sacco di lavoro di lima e martello, pialla e pennello, per fare il regalo più bello – come dice il loro inno - era uno scherzo da neonati, rispetto a doversi tenere aggiornati sulle novità dei giochi elettronici, o delle costruzioni, o delle ultimissime bambole-pattinatrici-con-capelli-che-crescono-davvero. Consultare la disponibilità dei magazzini, poi, non è semplice, anche se, è chiaro, Bienne ha la precedenza su qualunque ordine. Ma non divaghiamo… dicevo?»

«Dicevi che studi… ehm… almeno due ore al giorno: terribile!»
«Ah, sì. No, non è terribile, se ti interessa quello che fai e vuoi essere sempre al top. Comunque, il punto è che, oltre a studiare e sperimentare sempre nuove rotte, imparo anche un mare di notizie e vedo, sulle riviste e in rete, immagini di luoghi bellissimi che, volando a tutta birra al buio il 24 dicembre, naturalmente mi sfuggono. In conclusione, quest’estate ho cominciato a pensare che, per quanto fosse casa mia da sempre, il Polo non potesse essere il mio unico orizzonte per tutta la vita. Sono diventato nervoso ed irascibile: mi sentivo in gabbia e, insomma, avevo bisogno di una vacanza. Bienne mi scrutava, quando eravamo seduti sotto il porticato: non prestavo attenzione alla partita, non parlavo e rifiutavo perfino i chupa chups al lichene mentolato, che sono i miei preferiti. Un bel giorno mi mise sulla groppa il mio vecchio zainetto di scuola, quello che la signora Renny, la maestra, chiamava “il pozzo delle nequizie”, perchè aggiungevo sempre roba e non toglievo mai nulla, e mi disse:
“Rudy, ragazzo, secondo me tua zia Milla di Skarsvag sarebbe contenta di vederti e portarti un po’ a spesso per la Norvegia. Siccome è la prima volta che vai a zonzo da solo, direi che devi cominciare da lì, che non è molto lontano, così se capita qualcosa vengo a ripescarti, come quel gran merluzzo che sei!”
Sapete, Bienne mette sempre la scorza rude quando è commosso, e secondo me lo era, perché mi allontanavo da lui per la prima volta. Mi grattò in mezzo alle corna, dicendomi come sempre: “Vai, e vola come solo tu sai fare!”
E dopo un attimo aggiunse: “Solo, sbrigati prima che io cambi idea”.
Volai, o meglio, all’inizio svolazzai, perché mi sentivo leggero e senza obblighi quindi mi tolsi lo sfizio di guardare con calma tutto il Polo dall’alto, come se lo vedessi per la prima volta, e quando l’ebbi anche fotografato, mi diressi a Sud, verso il Capo Nord e…»

«Lo sai che ci siamo stati?» esclamarono all’unisono Matteo ed i suoi genitori. «Abbiamo dormito a Skarsvag e fatto una bellissima gita a piedi fino a Knivjellodden, e c’erano renne dappertutto!»
«Parenti, ed amici di miei parenti, sicuramente. Zia Milla era felicissima di vedermi, come aveva detto Bienne, ma anche molto imbarazzata dal fatto che io fossi arrivato in volo. Non avevo davvero pensato che potesse succedere e non lo sapevo, di solito noi al Polo non facciamo caso a queste cose, ma molte renne non amano chi “esce dal branco”, cioè fa cose diverse, per cui Milla mi raccomandava di continuo: “Non volare per favore, e soprattutto non dire a nessuno che sei una renna di Babbo Natale!”
Questo, poi, lo sapevo da me, è una regola, lo si può rivelare solo a chi è capace di crederci. Per il resto, mi accolsero tutti bene, se escludi Jan, il nuovo capobranco di Honnisvag, che non mi rivolse la parola mai, neanche una volta, ma mi fece sapere, tramite un suo compagno, che “non avrebbe tollerato mie intromissioni nei suoi affari”… quali fossero, poi, non lo seppi mai nè lo capisco ancora oggi. Sarà come dice sempre Bienne, cioè che sono un po’ ingenuotto, ma a parer mio su quell’isola bellissima c’era pascolo per tutti e comunque io ero lì per svagarmi e non per rubare nulla a nessuno».

«È davvero un posto speciale, con quei bellissimi prati di erba bassissima battuti dal vento e le calette sul Mar Glaciale Artico! Noi ci siamo stati due volte e…»
«Ma volete lasciarlo parlare?» interruppe papà. «Scusali ma anche con me fanno così, e ci vuole sempre mezz'ora per concludere un discorso».
«Non importa, intanto non mi va di ricordare quello che sto per raccontarvi! Fatto sta che era tutto cosi bello… conoscere la famiglia, vedere dal vero luoghi che per me erano soltanto nomi sulla cartina, andare a spasso da soli, senza fretta… Un giorno non mi trattenni più e spiccai il volo, ma proprio un innocuo voletto di felicità, sopra la Rupe del Capo Nord ed il suo Centro Commerciale. I turisti giapponesi non mi notarono, troppo occupati com’erano ad acquistare souvenirs ed a scattarsi foto ricordo, ma un amico di Jan mi vide, purtroppo. Da quel giorno tutto cambiò: senza che nessuno mi dicesse nulla di concreto, un piccolo gruppo incominciò ad evitarmi, con molto garbo, certo, in modo che sembrava fatto senza premeditazione, ma si allontanavano quando si avvicinavo, fingendo magari un impegno improvviso. Zia Milla non mi diceva nulla, sorrideva come al solito e preparava le sue solite, meravigliose torte di muschio (sono ingrassato di dieci chili in un mese!) ma i suoi occhi erano tristi. Una sera, messa alle strette, anche perché forse avevamo bevuto un bicchiere di troppo di succo di lichene, mi confessò che era stata criticata, perché qualcuno sosteneva che io, Rudolph, suo nipote, fossi ribelle alle regole della comunità e un po’ troppo esuberante. Era solo un piccolo gruppo, mi aveva subito spiegato la zia, ma a lei dava in ogni caso fastidio. Dai, dai e dai, per un po’ lasciai correre, ma avrei voluto fare qualcosa, perché non era giusto che Milla fosse messa in imbarazzo dagli sciocchi, solo che contemporaneamente non volevo neppure cacciarla nei guai con qualche presa di posizione esagerata, per cui pensai di lasciar correre, intanto presto la vacanza sarebbe finita, sarei tornato da Bienne e tutto sarebbe stato dimenticato. Evidentemente, però, covavo dentro più rabbia di quanto volessi credere io stesso: un giorno non ce la feci più e, senza salutare nessuno, presi il volo a caso, verso sud, lanciandomi in una pazza corsa».

«Come ti capisco!» borbottò quasi tra sè Matteo.
«Attraversai tutta la Norvegia, lo Skagerrak, la Danimarca, la lunghissima Germania, la Svizzera, mentre pensavo a che cosa mai potessi avere che non andava. Intanto, però, con quel volo avevo scaricato molta della mia rabbia, un po’ come quando voi umani andate in palestra a sfogarvi, tanto è vero che, varcate le Alpi, di fronte alla loro bellezza, e a quella del panorama che si godeva di lassù guardando verso la pianura, ricordo di aver pensato: “Jan… chi?”. Manco più mi veniva in mente… feci un giretto, ovviamente in volo, sul Lago Maggiore, planai su Torino, evitando per scrupolo la zona dell’aeroporto, volteggiai sulle regge sabaude, Stupinigi, Aglié, Moncalieri, fino a Racconigi, e lì entrai nel Cuneese, attratto ancora una volta dalle montagne. La faccio breve: gira e vola, son finito nel prato dove mi hai trovato tu, vinto dalla nebbia e…»
Rudolph si arrestò, abbassò le lunghe ciglia come per coprire le lacrime, guardò giù tristemente e tacque.
«E?» azzardò Matteo.
«E… e non riesco a tornare indietro».

Continua...

di Silvia Leoncini

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