Magazine Venerdì 12 dicembre 2008

Rudolph, la renna di Babbo Natale

Magazine - Erano da poco passate le 16 e il sole era già tramontato dietro il Monte Moro innevato, diffondendo ancora un po’ di luce, ma di quella luce azzurra e freddina, riflessa dalla neve, che non ti convincerebbe ad uscire di casa neppure sotto tortura.
Lì allo chalet, al caldo, invece si stava bene, pensava Matteo, specie dopo un pranzo ricco come quello: e poi Natale in montagna è speciale, anzi, è quasi due volte Natale.
Le mille luci dell’albero (2 metri e quaranta di altezza: stavolta, forse davvero la mamma aveva esagerato, ma del resto c’erano talmente tante decorazioni da appendere...) erano accese, e così pure quelle delle ghirlande di pino sulla mensola del camino e sul corrimano delle scale.
Il timer aveva inoltre appena fatto illuminare il profilo della casa che, vista da lontano, là in cima alla collina, sembrava una capanna del presepe.

I nonni stavano ronfando su un divano («Stiamo solo ancora cinque minuti e poi andiamo a casa», avevano detto due ore prima), mentre papà leggeva il suo ennesimo libro nuovo: non sarebbe stato veramente Natale se non avesse ricevuto in regalo anche un volume da divorare in poche ore.
La mamma era sprofondata in un mare di cuscini, completamente in letargo, come ogni volta che si sedeva solo un attimino davanti al fuoco.
Facendo scorrere rilassatamente i suoi grandi occhi grigi qua e là per la stanza, il ragazzo colse un bagliore particolare su un ramo dell’albero di Natale: si alzò e staccò una decorazione, facendola tintinnare tra le mani. Era un nastrino verde muschio di raso lucido, con due campanelli d’argento.
Si sedette, li agitò di nuovo e sorrise… Erano ormai passati cinque anni, ma – nonostante sembrasse solo un sogno - ricordava ancora tutto così bene… così bene…

Quel sabato di novembre, nebbioso come solo l’autunno può essere, non era cominciato bene: a scuola aveva avuto una discussione coi compagni, nata da futili motivi, ma molto fastidiosa. Matteo era un ragazzino che più o meno riusciva a rapportarsi con tutti, anche se amava il proprio spazio e non sempre era pronto a cedere o ad essere comprensivo; del resto trovava che ogni tanto neppure i suoi simili lo fossero con lui.
Così quella mattina era sorto un battibecco, ed era stata proprio una giornata storta, tanto che nel pomeriggio, quando aveva espresso il desiderio di andare dalla nonna, in paese, da solo e a piedi, nonostante il tempaccio, ai genitori era bastata un’occhiata per capire che era il caso di acconsentire.
Assorto nei suoi poco allegri pensieri, mentre percorreva quasi a passo di corsa i due chilometri che lo separavano dal centro del paese, Matteo scorse attraverso la nebbia la sagoma di un grosso animale accovacciato in mezzo al prato. Il suo cervello, dopo averlo inconsciamente catalogato come mucca, cosa perfettamente normale, visto che eravamo in montagna, cominciò a segnalare che, in base alle conoscenze in suo possesso, le corna parevano molto più da cervo o, a dirla tutta, da renna.

«Caspita, una renna mi pare un po’ fuori zona, ma un’occhiatina più da vicino la posso anche dare… gli erbivori non aggrediscono l’uomo, anche se papà dice che mucche e cavalli, in quanto bestie grosse, sono potenzialmente pericolose!»
Detto fatto, il ragazzo scavalcò la staccionata e si avvicinò cautamente… eh, sì, non era mica coraggioso come voleva far credere e poi, con la nebbia, chi poteva essere sicuro di ciò che aveva visto?
«Ciao» senti’ sillabare, un po’ a stento; stupefatto, restò praticamente inchiodato al terreno.
«Ehi, ho detto ciao, e parlavo con te! Mi pare del resto che non ci sia nessun altro qui attorno!»
«C… ciao… ch… hiosa… chi o che cosa sei?»
«Te lo dico solo se prometti che non ti metterai a ridere».
«Spara», soggiunse Matteo cercando di apparire disinvolto per impressionare l’interlocutore.
«Mi chiamo Rudolph e sono…».
«Sì, una renna di Babbo Natale, ciao, buonanotte, e io sono la Befana… ma dai!»
«Ma manco per niente! La Befana è molto più gentile, se proprio vuoi saperlo: mi dà sempre le caramelle e non mi ha mai preso in giro come invece stai facendo tu. Se ti avvicinassi, però, vedresti che sono davvero una renna, e molto speciale, anche! A proposito, puoi dirmi dove siamo e chi sei tu, per amor di educazione, se non altro?»

«Ma... Matteo, mi chiamo Matteo, abito lassù in quello chalet nel castagneto, e qui siamo a Frabosa Soprana. Che ci fai, qui, ehm… Rudolph?».
Si sentiva un po’ stupido a rispondere; non gli avrebbe mai creduto nessuno, ma quell’animale aveva un’aria così irresistibile.
«È una lunga storia, ma francamente ne ho abbastanza di umidità: ho preso più freddo in questo prato che a volare dal Polo a New York… non è che hai un posticino riparato per me? Così ti racconto tutto e magari potrai anche aiutarmi, chissà».
«Certo, a casa c’è la legnaia sotto le scale che attualmente è vuota, ed è tutta fasciata in legno. Ci sarebbe anche la cuccia della Pika, ma non ci entri di sicuro, sai, per via delle corna!»
«Ohi, ohi, chi è ‘sta Pika, uno di quei cani feroci che ti pinzano ai garretti?»
«Eh, magari, almeno farebbe la guardia! No, è il mio pastore tedesco con turbe mentali: crede di essere una persona e lecca chiunque si avvicini… ti ospiterebbe di sicuro, ma non ci state in due, là dentro!»

«Vada per la legnaia, allora, basta che ci togliamo di qui: salta su, che ti porto io, non sembri pesante».
«Ma… in volo?».
Non che non si fidasse, ma volare con la nebbia, senza radar, in mezzo agli alberi, a dorso di animale, Matteo la considerava un’attività un tantino pericolosa, almeno per il suo standard.
«No, nessuno può volare con una renna di Babbo Natale senza il suo permesso, ed inoltre adesso non posso volare; poi ti spiego perché: ora salta su, dai!»
Che occhi tristi aveva Rudolph in quel momento. Ma Matteo sapeva farsi i fatti suoi e aveva imparato a non far domande scomode, come invece spesso facevano a lui, per cui tacque in attesa degli eventi.
Lungo la strada che conduceva allo chalet, Rudolph si guardava attorno con aria interrogativa, e quando arrivarono al cancello esclamò:
«Adesso ricordo! Ci son già stato molte volte: questa è quella che in paese chiamano La Casa del Natale, dove ogni cosa è decorata, con un albero in ogni stanza e luci tutt’intorno! E, soprattutto, è la casa dove accanto al camino, la sera della Vigilia, Bienne – così noi chiamiamo il Capo - trova latte e biscotti, e noi renne muschio e mandarini già belli sbucciati! È splendido, perché di solito di noi povere renne non si ricorda mai nessuno».

«Ah, quella dei mandarini è una trovata di mia mamma: in Norvegia abbiamo raccolto tanto muschio, ma ora sta finendo e allora mi fa sbucciare i mandarini, perché dice che vi piacciono. Però non so come faccia lei a saperlo», commento’ Matteo con aria interrogativa.
«Eh, le mamme sanno tante cose…. E poi, sai, le vitamine fanno bene a tutti: tu la mangi la frutta? Io invece mangio tanti paciughi, su al Polo».
«Come sarebbe a dire?», si stupì Matteo.
«Ragazzo, ti sei mai chiesto perché Bienne ha quel pancione enorme? Non è colpa solo del latte e dei biscotti che gli lasciano i bambini a Natale! Intanto fa poco moto, perché passa le giornate a leggere le letterine che gli mandate voi, oppure a dondolarsi sulla sedia sotto il porticato, osservando gli orsi polari che giocano a rugby nella neve, e poi non ama cucinare! Lui ed io – sai, sono la sua renna preferita e vivo in casa con lui, non nella Stalla con le altre renne - facciamo spesso dei party a base di pop corn, pizza (anche se è surgelata quando la scaldi non è male) e caramelle. Raramente, quando proprio si sente in colpa, Bienne tira fuori dal frigo una busta di spinaci o un minestrone pronto. A me che sono erbivoro mancano molto la frutta e la verdura, ma che vuoi? Mi adatto, del resto non so cucinare….»
«Beh, tranquillo, a casa mia ci sono sempre tonnellate di insalata: la mamma bruca peggio della capretta di Heidi, per cui puoi sperare che te ne ceda un paio di foglie».

Nel frattempo, i genitori di Matteo avevano sentito rumore al cancello ed erano usciti sotto il porticato a vedere: dire che rimasero di sale, vedendo il figlio accompagnato da una renna parlante, non rende abbastanza l’idea. A papà caddero gli occhiali dal naso e la mamma si tirò perfino i capelli, per i quali aveva un autentico culto, per esser sicura di essere sveglia. Ma erano gente sportiva, ed in capo a pochi minuti Rudolph fu fatto accomodare addirittura sul tappeto del salotto.
E la Pika? Dopo aver saltato qua e là con tutta la sua massa attorno alla renna, felicissima di aver un quattro zampe con cui scambiare due ululati, si ere accovacciata mogia mogia sullo zerbino, davanti alla porta finestra, ad ascoltare il racconto dell’ospite, che doveva esser davvero speciale, visto che in quattro e quattr’otto era entrato in casa, dove lei non aveva mai potuto metter zampa, neppure da cucciola.

Continua...

di Silvia Leoncini

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