Magazine Martedì 17 aprile 2001

L'odio (parte VI)

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Il suo ordine di Capufficio, con la paura di perdere tutto e per questo non aveva mai avuto niente.

Il suo camminare da Capufficio, fin sotto terra, e soprattutto lì, dove poteva dirsi formichina irregimentata, fuco di alveare notturno, schiavo ma protetto, medioevo d’anima, così buia e cieca da non capire che non era Marta che piangeva, sul pianerottolo, a Febbraio, con le sue borse in mano, né la pioggia rumorosa sul tetto. A piangere era il rimpianto stesso di Ernesto, era Ernesto stesso.

Che piangeva senza nemmeno accorgersene. E viveva, senza nemmeno saperlo. Oltre i cancelletti della Metropolitana era tutto un sovrapporsi di orme di cento suole diverse, lisce o con carro-armato, storte lontane di sbieco disoccupate o indaffarate, drogate circumnavigando chiazze di sangue, volgari circumnavigando chewing-gum ormai secchi.
Quelle di Ernesto potevano essere ignorate, erano dritte e a punta come le scarpe di cuoio marrone, marrone «buttami-via-e-comprane-un-altro-paio-ti-prego».

Salì sul vagone, ultimo di una mota di gente che scivolava da giornate friabili, come su versanti di colline senza alberi o pensieri forti. E prese posto sul seggiolino fatto apposta per annullare la circolazione delle natiche e comprimere l’osso sacro fino a farlo schizzare fra le stesse, se non fossero irrigidite dalla plastica dura e rossa.
Aprì il giornale come una coperta, con un rumore di taglio netto, zac, poi precipitò gli occhi piccoli e penetranti di scarafaggio sull’articolo letto a metà, la mattina stessa.

Un mendicante cominciò a violentare un’armonica a bocca, passando incespicando sui piedi della gente con un cappello in mano e poche monetine dentro.
Passò anche davanti ad Ernesto che trattenne il fiato per non sentire chissà quale strano odore. Ernesto odiava gli odori. Spesso veniva sorpreso dagli avanzi di un pasto che lui stesso aveva riposto nel frigo, dai loro aromi raffreddati. Lui stesso aveva riposto gli avanzi tra due piatti, e lui stesso poi non riusciva a mangiarli o solo a guardarli, mentre correva nel bagno per liberare il suo disprezzo nel w.c. Stomaco debole, probabilmente; e probabilmente anche memoria debole, dal momento che la scena si ripeteva un giorno sì ed uno no. Così trattenne il fiato finché il mendicante non fu a distanza di sicurezza, poi allargò le narici, timidamente, sempre con lo sguardo fisso sul giornale, emettendo un rantolo soffocato, le guance un poco arrossate dall’apnea.
Timidamente assaggiò l’aria: sempre Metropolitana, sempre gente sudaticcia.
Ma nulla di più.

Respirò forte; il mendico suonava a salti, interrompendosi per ringraziare o perché un salto del vagone sui binari gli aveva fatto perdere una croma, facendo scontrare l’armonica a bocca contro gli incisivi scuri e precari. Una croma od un sedicesimo, aspirato o espulso dai bronchi intasati da sigarette economiche.
Suonava «O mia bella Madonnina», oppure «O sole mio». Suonava note nascoste dall’indifferenza della gente o esaltate dalla sua stizza.
Ernesto avrebbe continuato a leggere fino a Porta Bandiera, se non fosse stato per il movimento ondeggiante e minaccioso di un uomo enorme, appollaiato su se stesso, sul seggiolino di fronte.

Sonnecchiava, e nel sonno spesso sospirava. Ad ogni sospiro, Ernesto perdeva il filo del ragionamento scritto.

E poi la mano destra… L’uomo obeso strappava, con la mano destra, piccoli coriandolini di carta dal quotidiano strizzato come un calzino. Questo bastava ad irritare Ernesto, che portava a casa il giornale, la sera, quasi come lo aveva adottato all’edicola, al mattino. Lo apriva tre volte in tutto, durante il giorno: nel viaggio verso l’ufficio, nella pausa pranzo e al ritorno. Dopo cena gli dava ancora una letta rapida e poi lo appoggiava, dolcemente incurvato, nel cestino della spazzatura della cucina.

Quel quotidiano, invece, era sfinito come il suo padrone, cane bastonato. La musica continuava impietosa, l’uomo obeso appallottolava i pezzetti di carta grigia, li gettava, uno dopo l’altro, come biglie scacciate da pizzicotti; la musica si fermò quando una delle palline leggere urtò le scarpe fuori moda di Ernesto.

Allora Ernesto si alzò, dopo avere meticolosamente ripiegato il giornale, guardò il mendicante, tirò fuori dal portafoglio un biglietto da diecimila lire e gli ordinò «Suona!». Poi sollevò la parte destra della giacca, estrasse dalla cintola un ferro nascosto dai pantaloni, lungo e lucido; lo sollevò sopra la sua testa, dopodiché lo precipitò sul cranio dell’uomo obeso.
Una, due, tre volte. Ancora, ancora.
E mentre comete di sangue gli coloravano il sorriso (sì, adesso stava sorridendo, anzi ridendo, sguaiatamente, davvero), gridava al mendicante: «Suona, suona… suona!!!»

di Donald Datti

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