Magazine Mercoledì 10 dicembre 2008

Nardini: un libro per superare il dolore

Bruno Morchio (quello che ha inventato Bacci Pagano) ama sempre dire che ormai in Italia sono più gli scrittori dei lettori. Anzi, quelli che scrivono libri. Ecco perché i veri scrittori, i pennaioli capaci di sorprendere il lettore saturo, sono sempre di meno. Ecco perché una donna impastata di scrittura argentina, anzi di argento vivo, come Stefania Nardini ha scritto un libro semplicemente corale e magico. In una semplicità francescana. Un libretto corto e smilzo come uno scugnizzo. Uno schizzo sincero di Napoli. Quella di una volta. Colorata, piena di grida, inzeppata di odori che trapanano le narici facendole sbavare di desiderio, fetente. Il libro si intitola Gli scheletri di Via Duomo (Tullio Pironti Editore, pagg. 109, Euro 10).

Stefania Nardini ha scritto un libro di dolore. Anzi, un libro per superare il dolore. Quello fisico, più vigliacco. La scrittura è misteriosa, terapeutica, capace di salvare una persona facendola respirare. Facendole credere che la vita possa anche essere raccontata. Lei lo fa con leggerezza. Quella sapiente che il dolore sa distillare. Quella leggerezza più consapevole perché sa da dove arriva. Lo strumento è una storia che sembra non arrivare mai allo scrocco finale. Sapete, quel suono che ti dà la certezza che un meccanismo si sia svegliato da un certo torpore meccanico che l’ottundeva. Quello scrocco di una chiave dentro una toppa. Così lo fa la Nardini. Solo che lei ha in mano la penna bellissima e piena di pastiera dolcissima de Il Mattino. Uno dei più grandi giornali italiani, oggi forse più stanco di una tradizione che ha sostituito una cronaca mondana, alla Scarfoglio e D’Annunzio, con la plumbea curiosità che gli omicidi di camorra portano sui menabò di piombo.

Che oggi, peraltro (e che tristezza) non esistono manco più, perché sostituiti da una freddezza algida tipica del digitale che vibra negli occhi.
Il cronista de Il Mattino è un giornalista che inizia la sua carriera, è un cronista che ha individuato una storia come una volta c’erano ancora. E le sta addosso come su di una donna da innaffiare assolutamente. È la storia di una notizia. Alcuni scheletri ritrovati dentro un’intercapedine, un mistero, notizie che vanno e persone che non ricordano subito. Un intreccio che ogni giorno viene aggiornato in settanta righe di piombo fuso. L’incubo del cronista. Fondere e far sapere agli altri tutta una notizia in poche, millimetrate righe. La sintesi devi impararla per forza perché i lettori, massime se napoletani, devono leggere come se mangiassero un casatiello, di lena e con voracità marina.

Ogni giorno esce il pezzo e la città sta in pena, è in attesa. Intanto la figura del cronista prende peso, diventa più spessa. Perché sente che la gente lo sta cominciando a godere ogni giorno di più in quelle settanta righe con cui cerca di squarciare il buio. È una storia antica. Come i bassi napoletani, come il sesso. I romanzi di appendice hanno fatto una fortuna sul coito interrotto della pagina. Su quel lasciare ogni giorno un’attesa infinita di ciò che verrà dopo. La prossima puntata è quella che ancora oggi fa salire l’audience delle soap opera. È l’attesa di qualcosa che te lo fa desiderare. Così la Nardini. Ogni capitolo è acuminato e sembra arrivi come se fosse appena dietro l’angolo. È verde, vivo, anzi verdissimo ma dentro tiene il sangue. Per questo il libro salta come argento vivo perché dentro di lui scorre potente lo spirito napoletano. Quello per cui un omicidio sospettato sarà spiegato con la più semplice delle vie. Ma ci vuole del tempo, però. Ed una vita passata a credere sbagliato.

Sapete una cosa. Ci sono certi odori o certe immagini mentali che noi tutti ci portiamo appresso. Napoli vista dall’alto, Roma al tramonto quando senti salire un’anima dannunziana che danza nel pulviscolo in controluce. Nardini fa rivivere con un mistero la vera anima napoletana. Quella che sa di cozze, guantiere di paste che sanno di crema nobile, e cravatte dalle cento pieghe. Quelle dove i cronisti de Il Mattino sapevano scrivere bene. E dove un mistero faceva di una notizia una miniera di sensazioni a cui si poteva far ricorso per restituire un’identità a Napoli. Perché le città che arrivano da una guerra sanno sempre di acciaio sotto i denti. Sanno di piombo anche perché hanno dovuto dormire un sonno scuro come la pece. Per cercare di non trovare troppe offese nella violenza degli uomini. La Nardini fa rivivere l’anima più pulita dei bassi napoletani, l’umanità di quella gente che ha dovuto vivere con l’angoscia addosso pur sapendola sempre digerire con un sorriso dentro gli occhi.

Ha una scrittura velocissima come gli scugnizzi quando scappano. Ha una scrittura snella da cronista di razza. Ha una scrittura da napoletana mischiata con un’anima provenzale. Sa di basso napoletano ma anche di aria del mediterraneo. Il suo è un mistero alla Giono, anzi ha del sole morente che attizza. Come nei romanzi di Izzo, dove l’amaro ci deve stare per forza perché la bellezza sta anche nel superamento dell’ovvio. Ed il banale si supera soltanto nell’incredibile, ed in quello strano modo di vivere la vita che è il dolore. Strano, inconcepibile perché ti è capitato, ma capace di darti un secolo di esperienza in tre mesi di vita. Come quelli del cronista che cerca di svelare un mistero che si risolverà soltanto nell’ultima pagina. Quando credi di non avere capito ed invece comprendi in una riga quello che avevi davanti agli occhi da sempre. Come la vita. Che bello. Anche se fa male.
di Alberto Pezzini

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