Magazine Martedì 17 aprile 2001

L'odio (parte V)

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Ernesto voleva fare il Capufficio, sempre, e Matteo si limitava alla sua pseudo-qualifica di Impiegato di Concetto. Ma poi finì a insegnare Robotica all’Università, dal che si comprende quanto sia rischioso giocare «ai documenti» quando si è piccoli.

Ernesto voleva fare il Capoufficio con tutti, con la maestra che non correggeva, bensì «autorizzava» i suoi voti; coi suoi genitori che non sgridavano, bensì «protocollavano» Ernesto, se Ernesto non timbrava il cartellino ossia se faceva pipì nel buco-e-non-fuori-per-favore-quante-volte-te-lo-dobbiamo-dire, Ernesto.

Era cresciuto così, finché prese la Metropolitana da solo per la prima volta a sette anni e da allora non vi uscì più; da allora fece finta di non riconoscere i genitori se lo andavano per sbaglio a prendere a scuola. Fu, come dire, irrimediabilmente perduto e cinico, autoeroticamente bastante a se stesso, per tutto, salvo che per l’amore fisico, spento di tanto intanto nel ventre di qualche prostituta senegalese. E se per caso gli capitava di sbagliare, se gli succedeva di trovarsi con davanti lo spettacolo di un atletico Senegalese spuntato dalla confusione di minigonne e gonfiori nascosti abilmente, non faceva una piega, ringraziava, riaccompagnava, pagava. E tornava a casa senza espressione, ma forse qualche volta avrà pure pensato come deve essere… Ernesto era cresciuto così, forse male, ma malamente e perfettamente regolare, trasparente come un foglio di cellophane tirato; un colletto inamidato come da moglie che non aveva mai voluto, candida tunica di chierichetto perso nelle sacre arcate di un ufficio.

C’era stata una sola volta in cui rischiò di sposarsi.

Fu a Novembre e pioveva forte. E Marta sbagliò piano, inciampando fuori dall’ascensore e suonando alla porta di Ernesto. Fu uno sbaglio, così come fu Novembre troppo caldo e piovoso. Marta sibilò un nome sbagliato, di un pianerottolo sbagliato e la sua bruttezza era tutta allagata dall’acqua che cadeva, fuori. Era una bruttezza straripata e impastata di trucco misto, una confusione di colori a casaccio in un volto coi lineamenti a casaccio. Così a casaccio che Ernesto, per la prima volta in tanti anni, quasi rise. Rise… che parolone: diciamo che SORrise, fu più che altro un principio di emiparesi, un tracollo ed un errore. Può capitare.

Alla fine si scoprì che Marta aveva confuso piano, numero civico, persino la via: Dante, non Fante.

Dovette asciugarsi, graffiare l’intonaco del fard fangoso, liberare l’intrico di ciglia ingabbiate da rimmel sottocosto. Poi fu lei, brutta ma almeno non più di quanto potesse essere imputato alla madre naturale. Fu brutta quella sera e chissà perché altre, a venire.

Fu brutta al punto che la bruttezza venne presto ignorata ed Ernesto se ne innamorò quasi. Innamorato… Che parola grossa. Diciamo stupito: un principio di miopia od un accesso di solitudine.

Poi, e fu un Febbraio sempre ottusamente piovoso e scontato, aprì gli occhi nella poca luce dell’inverno e quando vide Marta e gli sembrò di scorgere nel suo viso addormentato un qualcosa di gentile, ma sì, forse anche di bello, capì che aveva sbagliato. La svegliò, la baciò, fece l’amore con lei e poi le disse che non l’avrebbe voluta vedere mai più, che la sua bellezza gli faceva paura.

Meglio l’orrore brutto e rassicurante del suo ufficio, l’orrore brutto e rassicurante del traffico che non vedeva, sopra la Metropolitana; l’orrore brutto e rassicurante della gente sudata, sotto terra e nel vento brutto e rassicurante underground.

E magari qualche volta avrà pensato a come sarebbe potuto essere… Forse persino brutto e rassicurante, come piaceva a lui. Per questo non amava quello che sfuggiva alla sua comprensione, un semaforo violato od una vena di malattia nei comportamenti altrui, piccoli segnali di pazzia e disordine che gli ricordavano quanto fittizio e approssimativo fosse il suo ordine.



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di Donald Datti

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