Magazine Martedì 17 aprile 2001

L'odio (parte IV)

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Odia Il Prossimo Tuo Come Te Stesso.

La porta dell’ufficio era bianca, con una targa rossa e caratteri neriscritti sopra. Diceva: Ufficio Vincite.

Esplicativo, categorico e rassicurante. Ed anche Ernesto era un nome decisamente esplicativo e rassicurante. Categorico un po’ meno, lasciava un certo margine ad un che di flessibile, quindi non così categorico come un funzionario pubblico dovrebbe essere nelle sue azioni, nei suoi Regolamenti. Anima di Circolari di carta, tutto inchiostro e cartellino.

Ernesto si accontentava del fatto che le finestre del suo ufficio davano dritto sul fiume e questo gli bastava per rapinare secondi preziosi del Pubblico Impiego, quando non era visto, per restare qualche minuto in contemplazione del borbottio dell’acqua, appoggiandosi allo schienale anatomico della sedia dell’ufficio ed allargando le braccia, inspirando piano tutta l’aria che poteva, gli occhi dolcemente chiusi. Poi la trance terminava con la luce rossa sul telefono od il trillo volgare del fax.

Ma Ernesto aveva già rosicchiato un coriandolo di amore, a spese del contribuente, ma pur sempre amore, immenso amore per la sua camicia pulita e la sua cravatta in tinta con i calzini, gli occhiali come leggere ballerine sul suo naso affilato e lungo, il mento proteso alla ricerca di un impossibile appoggio, le dita tese nello spasmo di un goal. Amore o violentissimo odio per tutti quelli in coda, fuori dall’ufficio. A Marco non importava di tutto questo, neppure del nome vestito da quella camicia linda, dietro quella scrivania, dietro quella porta bianca come la camicia.

A Marco interessava solo della vincita. Del Permesso Speciale, splendida cornice, ciliegina, brillante nella stupenda parure completata dal Tesserino e dal Porto d’armi freschi di burocratica concessione. E ad Ernesto importava spianare la strada al contribuente successivo, liquidando Marco e la sua Vincita con un timbro e una firma.

Finché Marco non uscì dall’ufficio e per prima cosa fissò tutti quelli in sala d’aspetto, mentre una scarica sinistra gli scivolò fra gli occhi e la sua più spontanea vena di cattiveria.
Quelli parvero capire e raggelarono, dal momento che l’arma che pendeva dalla cintola di Marco e l’ufficio dal quale usciva richiamavano in modo fin troppo esplicito la lotteria. Ma Marco li graziò con un sorriso, soddisfatto di aver rubato ad ognuno di loro un paio di anni di vita. Ernesto era restato tranquillo, impassibile dietro il suo vetro blindato di pacatezza. Un Pubblico Impiegato al riparo dagli sputi della gente e, nella fattispecie, dal potere incondizionato di Marco. E della sua P-38. E del suo Tesserino e del suo Porto d’armi. Ernesto aveva aspettato che l’orario di apertura dell’Ufficio Vincite terminasse nel trillo della campanella fantozziana, poi si alzò totalmente indifferente alla semi-fuga dei colleghi, giacchette infilate sulle scale cappotti di scolari impacciati dagli zaini.

Lasciò l’edificio che vacillava in bilico fra la sponda del fiume e l’acqua trasparente, rubò un autobus e alla fine tossicchiò il bouquet della metropolitana. Linea Rossa, dritto fino a Porta Bandiera. Ernesto, in pratica, se lo era scelto fin da piccolo, quel lavoro. Fin da quando giocava «ai documenti» con Matteo, il suo amico del cuore, ammesso che Ernesto avesse un cuore. Passavano interi pomeriggi a scambiarsi carte con finti timbri e vidimazioni che vi si rincorrevano sopra.



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di Donald Datti

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