Magazine Venerdì 28 novembre 2008

«La sua famiglia è più importante di me»

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Magazine - Salve Dottore,
innanzitutto le faccio i complimenti per il suo lavoro e la ringrazio per l'opportunità di poterle scrivere.
Mi chiamo Francesco, ho trentasette anni e da un paio di mesi ho lasciato la mia ragazza di trentadue, dopo un fidanzamento durato circa quattro anni, per una crisi scaturita principalmente dalla mia mancanza di progetti per il nostro futuro (matrimonio, figli...). Dopo aver riflettuto ho attribuito questa decisione a una probabile assenza d'amore da parte mia.
Premetto però, cosa forse strana, che stavamo bene insieme, anche se ho sempre vissuto il nostro rapporto più "alla giornata" rispetto a lei, e l'unica differenza tra noi stava nell'educazione e nelle abitudini familiari, in quanto lei è cresciuta in un paesino di provincia mentre io ho sempre vissuto in città.
L'unico vero problema che ho sempre ravvisato, e che ogni tanto ci ha portato a discussioni e litigi, è che lei, in più occasioni durante questi anni, ha anteposto la propria famiglia, con le sue esigenze o aspettative, a noi due: lei però ha sempre minimizzato la cosa, dicendomi che la sua non era dipendenza ma “rispetto” verso i suoi. Ciò ha determinato in me delle insicurezze che credo abbiano compromesso il nostro rapporto.

Credo di aver capito che questo suo attaccamento abbia radici ben profonde, in quanto ho saputo da terzi di un trauma "sentimentale" vissuto nella sua famiglia circa venticinque anni fa. Lei però non mi ha mai raccontato nulla in merito, anzi è sempre stata molto riservata sulle cose che riguardavano la sua famiglia, a differenza mia.
Oggi non nascondo e ribadisco che per me il problema andava affrontato ed eventualmente risolto adesso, e non dopo un eventuale matrimonio. In questi giorni ho provato un'ultima volta a chiarire con lei, confessandole che dopo questi due mesi continuo a sentire la sua mancanza, a dispetto di ogni mia più rosea previsione, anche se suo padre ha "consigliato" a entrambi di cancellarci l'uno dalla vita dell'altra. Lei mi ha risposto che non si può ritornare facilmente su una decisione già presa, ma che se da qualche parte sta scritto che il nostro futuro è insieme questo avverrà naturalmente.
Cosa ne pensa caro Dottore?

Cosa ne penso?
Penso che mi dispiace per lei e per la sua storia.
Ma quello che penso io è semplicemente un aspetto personale.
Credo invece che la sua storia possa servire da spunto per parlare di un argomento, quello dell'attaccamento alla propria famiglia d'origine, che è piuttosto interessante.
Mi permetta però di intraprendere il discorso in un senso più generale, sperando di contribuire a fare riflettere lei e le altre persone che vivono una situazione simile.
Inizierò citando una frase di un film, che credo sia Man of honor, dove un figlio, in procinto di partire per un corso da palombari, saluta il padre promettendogli di tornare al più presto, ma il padre, severo, gli risponde di non provarci nemmeno, perché lui a suo tempo aveva condotto una vita di fatiche proprio per consentire al figlio non doverle subire a sua volta.
Curioso? O no? In effetti nella sua storia si profila una situazione quasi opposta: cosa sucede quando la vita vissuta nelle relazioni familiari è così bella, intensa ed esclusiva che i figli non riescono più a staccarsene?

Non ho scelto a caso il termine esclusiva, poiché nel suo caso si è arrivati proprio a escludere gli altri da un rapporto familiare troppo intenso. E se non esattamente a escluderli, sicuramente a relegarli in ruoli secondari.
La presenza di un legame familiare così forte in età adulta ha origine da una derivazione non sempre funzionale di un fenomeno tipico delle relazioni umane, che viene definito attaccamento. Tale aspetto è assolutamente necessario per il buon sviluppo dei bambini, perché rafforza la loro sensazione di essere protetti nell'affrontare un mondo che, se esplorano da soli, può sembrare difficile e spaventoso.
C'è molta letteratura su questo argomento, in particolare gli studi di Bolwby, grande psicologo della prima metà del Novecento. Ma molto meno si è scritto sugli effetti, più o meno felici, del protrarsi di un siffatto attaccamento nel passaggio dall'infanzia all'età adulta. Anche Freud (notoriamente più interessato ai contenuti sessuali) ha detto che i bambini in una fase della loro crescita si “innamorano” dei propri genitori (fase edipica), e che dal superamento di questa fase si ha la progressiva individuazione di una propria identità, anche se non sempre questa fase viene superata del tutto.
Ciò è dovuto talvolta all'aspetto relazionale, che vede alcuni genitori molto resistenti (più o meno inconsciamente) a permettere che i figli crescano così tanto da non avere più bisogno della loro rassicurante presenza. Essi pertanto cercano in tutti i modi di trattenere i figli all'interno delle relazioni familiari, pur di non ritenere esaurito il proprio ruolo e di essere felici che i figli facciano le proprie scelte e i propri errori.

Come vede, seppure tratteggiati, esistono numerosi motivi che possono spiegare l'esistenza di un eccessivo attaccamento verso la propria famiglia d’origine, invece che dedicarsi alla costruzione di un proprio ruolo dentro un nuovo nucleo. Ovviamente, contando che siamo in Italia e all'alba del terzo millennio, sono tutti motivi regressivi.
Regressivi nel senso che, invece di permettere un'evoluzione verso il futuro, si ripiegano su sé stessi cercando di mantenere invariata la situazione, come se le relazioni del passato non si dovessero evolvere mai. Non c'è tutto lo spazio per affrontare la questione in tutti i suoi risvolti. Mi limiterò a dire che, se le persone non trovassero realmente bello crearsi una nuova famiglia, preferendo rimanere attaccati alla famiglia d’origine, già da tempo non ci sarebbe così tanta gente sul pianeta.
Né lei a scrivere.
Né io a rispondere.
Né altri a leggere.
Arrivederci.

di Marco Ventura

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