Magazine Venerdì 21 novembre 2008

L'Aida raccontata da Gino e Pino

L'Aida secondo due pennuti. L'opera più famosa di Giuseppe Verdi raccontata dai piccioni Gigi e Pino. Esatto. La storia di Aida, figlia del re etiope Amonasro, schiava, alla corte egizia, della principessa Amneris, figlia del faraone. La stessa Aida di cui si innamora Radames, chiamato a difendere l'Egitto minacciato dagli etiopi. Tutto regolare se non ci fosse la gelosa Amneris, che a sua volta ama il giovane condottiero. Il resto, se la conoscete, è una storia d’amore e di armi in quattro atti, basata su un soggetto originale di Auguste Mariette che Ismail Pasha, kedivè d’Egitto, commissionò a Verdi per celebrare il Canale di Suez nel 1869 pagandolo 80mila franchi. Solo che non avevano fatto i conti con la guerra franco-prussiana e la prima dell’opera ritardò. Tanto che avvenne alla Khedivial Opera House del Cairo il 24 dicembre del 1871: con un cast per il debutto tutto made in Italy. Diverso da quello che il 24 febbraio dell’anno seguente si presentò al Teatro alla Scala di Milano, il più grande teatro d’opera italiano.

Ma com’è l’Aida vista da due colombi? Loro non lo sanno, ma la stanno osservando dalla piccionaia, posto detto anche loggione. Da lassù si sente benissimo tanto che sono molti i bipedi che lo scelgono proprio per ascoltar meglio l’opera. Certo, di sotto sembra proprio piccino quell’uomo vestito di nero che agita le braccia come per voler volare, stando sopra un cubo di legno. È il direttore d’orchestra, il maestro che guida i musicisti con i loro strumenti dentro la buca. Che strano però: Gino e Pino sono gli unici spettatori. Sono vuote le poltroncine rosse di velluto. Questa è Una sera prima della prima (Fabbri editori, euro13). Laggiù sul palcoscenico sembra estate perché la storia dell’Aida si svolge in Egitto. Dentro ogni storia ci sono i buoni e i cattivi, che qui sono raccontati in musica, col canto. Gino e Pino li vedono muoversi e cantare. Ogni tanto qualche operaio arrotola il fiume Nilo (arrotola? Sì, perché sembra un fiume invece è di stoffa), fa scivolare le colonne come fossero dei pattinatori. E i cantanti? Sono nei camerini a cambiarsi.

Da leggere. Da guardare. Da ascoltare (supportato da un cd), questo prezioso libro racconta ai bambini la vita di un grande teatro fondato su desiderio di Maria Teresa, imperatrice d’Austria, dopo che un incendio aveva distrutto nel 1776 il Teatro Regio Ducale che ospitava l’opera a Milano. Il nome viene dalla chiesa di Santa Maria alla Scala che sorgeva sul medesimo punto. Il progetto fu firmato dall’architetto Giuseppe Piermarini e il nuovo edificio fu inaugurato nel 1778. In parte distrutto da un bombardamento nel 1843, fu riaperto nel 1946 con un concerto diretto da Arturo Toscanini.
Come se non bastasse, nero su bianco, il bimbo può viaggiare nel teatro attraverso i luoghi e il dietro le quinte per conoscerne i nomi in gergo tecnico. Cos’è un direttore d’orchestra? L’orchestra, i cantanti, il coro, i mimi, le comparse, la regia, il balletto, le coreografie e i costumi? Concepito come fosse anch’esso un’Opera teatrale, nel primo atto il libro racconta l’Aida contaminata dai vocaboli che va a sciovinare nel secondo atto, come fosse un piccolo vocabolario.

Ma non finisce qui. O meglio. Dove finisce un libro ne comincia un altro del medesimo editore. Non un prosieguo. Ma indipendente. Titola Il viaggio con Wolfgang, ovvero la storia di Mozart bambino raccontata da Chiara Carminati e illustrata da Mauro Evangelista per Fabbri editori. Ideale da regalare ai vostri figli, se volete che incontrino Papageno sui tasti di un termosifone, è dedicato a un bambino che odorava di orzo e di miele. La mamma, quando si rese conto di non aver più latte da dargli, nutrì Wolfgang con decotti di avena e di orzo: incredibile! Quello scricciolo di bimbo destinato a morire come gli altri 5 figli di Anna, la madre. A Wolferl, come veniva affettuosamente chiamato, faceva compagnia Nannerl, la sorella. Cresciuti a solfeggio e clavicembalo sin dai primi giorni di vita. E così che Wolferl ha incontrato Papageno, che gli insegnava come a scrivere la musica cogliendogli ciliegie da un albero. Che sceglievano insieme per posarle sulle righe del tavolo: come fossero note sul pentagramma. Poi, dopo esser riuscito a scrivere tutto il pezzo, Wolferl si mangiava le ciliegie una a una e Leopold, il padre, non capiva perché suo figlio aveva spesso il man di pancia. Sempre Leopold si stupiva che il figlio fosse capace di scrivere tutte le note di un minuetto senza fare errori: ma ignorava il nesso con le ciliegie. Un libro perfetto per cogliere lo spirito nascente dei suoni musicali da insegnare ai pargoli. Da distillare sfiorando i loro cuori e le loro orecchie con un tocco soffice, il bacio della musica, che resterà per sempre con loro.
di Roberta Maresci

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