Magazine Venerdì 21 novembre 2008

«La religione può farci deprimere?»

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Magazine - Caro Dottore,
le scrivo in merito al caso di un amico, Testimone di Geova, che ha improvvisamente lasciato la congregazione e ha detto alla moglie che sta con lei solo per il figlio, che non la ama più e che ora vuole vivere la sua vita.
Lui adorava la moglie, con lei era "perfetto" in tutto, e anche se eccedeva ogni tanto in atteggiamenti di allegria, cosa che ho sempre trovato (e trovo tuttora) un po' troppo esagerata, sono sempre stati il mio modello di coppia felice.
Quanto accaduto mi ha fatto capire che una persona esterna non può mai veramente comprendere i problemi che inevitabilmente si presentano in una coppia, e che anche la situazione in apparenza più solida può crollare da un momento all'altro.
Non é però su questo che voglio fare osservazioni e chiederle un parere, ma vorrei piuttosto sapere se l'idea che mi sono fatta può essere giusta.
So di chiedere una cosa quasi impossibile, perché lei non conosce la situazione e la coppia in questione, ma la mia domanda é: quando si vive in una situazione in apparenza troppo perfetta, seguendo una religione che impone (presumo, perché non l'ho mai approfondita) delle regole che sono per loro verità assoluta, è possibile che una persona si trovi sotto pressione e non capisca più cosa vuole, tranne che non vuole più quella pressione?
Può essere che lui ami ancora la moglie, ma che tutta questa "perfezione" gli abbia fatto odiare persino la persona che più ha amato al mondo?
Può essere che lui si sia costruito tutto questo facendosi un "film" nella sua testa, e poi si sia accorto che tutte le sue scelte fossero dettate dalla ragione che "in quel modo andava fatto", perché così gli era stato imposto dalla sua religione?
Può una religione come quella, che insegna che "tu hai la verità in mano", far crollare le persone nella depressione? Non dovrebbero invece sentirsi elevati spiritualmente e pertanto soddisfatti di sé?
Dottore, chiedo scusa per averle rubato del tempo: mi rendo conto che la questione è talmente "vasta" che non mi bastano due righe per spiegarla e porre le domande appropriate, ma provo comunque a farlo.
Buon lavoro!
Sara

Buongiorno Sara.
Sì, la questione è veramente vasta e tocca un tema, quello della religione, che non è di mia competenza e rispetto al quale non mi permetterei mai di interferire in alcun modo.
Io, in maniera molto più terrena, cerco di occuparmi delle persone e dei problemi che le affliggono per via di ciò che passa loro nella testa e di conseguenza nel corpo. O viceversa.
Partendo da questa precisazione, e parlando di ciò che le persone a volte fanno, è vero che ovunque mettiamo la parola troppo, inevitabilmente stiamo già parlando di qualcosa che contiene il seme di un errore. A prescindere.
Troppo significa che stiamo esagerando. E dunque troppo felice è già di per sé sospetto, così come troppo sicuro, troppo perfetto, troppa aria, troppo cibo e così via. Ed è vero che anche tutto e niente sono termini decisamente troppo estremi per essere facilmente gestiti da noi poveri mortali. Ma non per questo non possono rimanere nei nostri sogni o nei nostri ideali. Anche se forse dovremo ricordarci, con umiltà, che per arrivare a quei livelli la strada può essere più lunga del previsto.
Quindi sì: troppa pressione può far crollare, ma è di nuovo la parola troppo ad essere determinante.
Solo che adesso, se mi permette, vorrei chiederle se non sia lei a farsi un film, mentre immagina che il suo amico si sia fatto, a sua volta, un film sulla propria situazione. E di film in film è facile arrivare a dare interpretazioni distorte della vita degli altri, così come della propria.
Per cui vorrei chiederle: come mai a lei questa storia ha dato così tanto da pensare? E vorrei che a lei facesse piacere parlarmi di sé stessa e dei suoi dubbi, piuttosto che di quelli che pensa possano essere i dubbi degli altri.
Chiedo troppo?

di Marco Ventura

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