Magazine Lunedì 17 novembre 2008

Cuneo: 4 giorni di 'Scrittorincittà'

La decima edizione di Scrittorincittà si svolta a Cuneo dal 13 al 16 novembre 2008. Il tema di quest'anno era: Ai bordi dell'infinito. Tra gli ospiti Bruno Arpaja, Stefano Benni, Gianni Biondillo, Enrico Brizzi, Massimo Carlotto, Giuseppe Genna, Paolo Giordano, Carlo Lucarelli, Curzio Maltese, Dacia Maraini, Gianni Mura, Michele Serra e tanti altri.

Alberto Pezzini c'era, vi proponiamo il suo diario della manifestazione

Magazine - Bisogna intendersi su di una cosa.
Quando arriva Scrittorincittà a Cuneo l’atmosfera si surriscalda. Cambia un poco anche il clima. Sembra di respirare un’aria più fine, più da libro.
Forse è l’immaginazione che fa un effetto legato alla presenza di così tanti scrittori sul territorio. Cuneo è provincia granda e decisamente generosa ma una concentrazione di scrittori, artisti e giornalisti funziona da magico detonatore della fantasia. E sì che in una città così dotata di senso pragmatico come Cuneo è da considerarsi praticamente un miracolo.
Perciò i quattro giorni della manifestazione vedono un innalzarsi delle difese immunitarie dell’immaginazione.
Ecco perché mi ha stupito non poco veder in qualche modo esorcizzato dal calendario dei ristoranti convenzionati con la manifestazione in parola Le Antiche Contrade.

Forse non tutti sanno che lì dentro, nella sua giovinezza, ci sta uno chef che ha ascendenze decisamente letterarie. Ma non ricercate.
Luigi Taglienti, nato nel 1979 e ligure fin nella parte più intima di un midollo decisamente e nettamente creativo. Uno chef ligure nel cuore della Granda è già una stranezza, un osare dove altri non avrebbero neanche avuto l’ardire. Ma quello che lo aiuta e lo avvantaggia è la fantasia, l’immaginazione al potere di un tempo. Quale migliore chef per una manifestazione dove la creatività mentale costituisce il motore più spinto e che più spinge?

La cosa mi ha stupito. Tenere fuori dal carnet della manifestazione uno chef del genere è curioso. È sintomatico di una presa di posizione burocratica, anzi freddamente impiegatizia da parte del Comune di Cuneo, oppure è segno di una violenta miopia.
Impedire agli autori di testare – si dice così ? – i piatti nuovi e pieni di furore di uno chef fantasioso rappresenta una forma di avarizia intellettuale, e soprattutto una sorta di gelosia di quanto di meglio Cuneo possa offrire in tavola.

Io me ne frego, anzi me ne impippo e faccio di testa mia ben sapendo di non essere l'unico a rinnegare una selezione di altri ristoranti – tutti validissimi – ma che peccano, secondo me, di quella virtù letteraria che il Taglienti e Le Antiche Contrade posseggono per ammannire un degno pranzo di Babette. Ve lo ricordate? Un sontuoso, raffinato e quasi vivo banchetto. Queste sono le qualità specificamente tipiche di un grande chef. L'inarrivabile fantasia, e la camaleonticità del gusto applicato alla pratica. Tutto ciò che fa di uno chef un incrocio surreale tra un angelo decaduto verso la terra ed un demone ancorato alla ribellione.
Taglienti è invece una creazione letteraria.

Vi dicevo essere ligure eppure santificato in terra piemontese con umiltà e grandissima semplicità terragna, che è quella tipica ed agricola del piemontese di Cuneo.
Solo che i piatti escono da quella mente marina con una velocità degna di una macchina da cucire. Taglienti prepara pietanze in modo creativo e senza esitazione. La mano deve essere ferma come quella di un chirurgo. La mente tranquilla chè la fantasia scoppietta ma offre la serenità della grandezza.
È ben per questo che certi piatti ricordano libri e la letteratura nel suo pieno calore meridiano.
Se un piccione con frutta di stagione costituisce un’imprendibile delizia e fa scattare la memoria verso il Gattopardo perché ne ha il sembiante ed un ricordo vago di grandezze estinte, la lepre cotta per circa tre ore ci fa tuffare subito nei racconti di Mario Rigoni Stern dove la cacciagione va presa con nobiltà e mestizia. Bisogna essere umili quando si mangiano determinate pietanze come quando si prega in bosco:così diceva il grande Vecchio.
I raviolini di porro e tartufo nero su salsa di baccalà diventano un abbraccio sensuale tra il mare e la langa, un’unione impossibile ma effettiva tra Calvino e Pavese, un’opera di mescolanza letteraria e territoriale che neanche Elio Vittorini avrebbe potuto assaggiare ne la collana de i Gettoni.

Ci vuole forza estetica per fare lo chef.
Ecco il secreto, il quale fa rivivere il Petrarca, ed anche se ti nutri di un maiale che diventa carne da deliziare una vergine, ti risuonano sempre in testa certi versi come chiare, fresche e dolci acque. Il dolce. La parte più delicata, difficile e nevralgica per uno chef perché ci arrivi già con le papille affaticate, provate da tanto sforzo gustativo.
La millefoglie di Taglienti è un impasto che sa di coccole e baci dolcissimi presi da un vergine del deserto di notte. È un impasto morbido, che avvolge nella sua tenerezza, insieme a frutti di bosco fragili come cristalli. È l’ultima sinfonia del cuoco prima di ritirarsi silenziosamente come fa lui quando è stanco. È la cena delle maraviglie. Parlare di Karen Blixen, in questo caso, sembra quasi un cliché, una formula stereotipa che ormai denuncia un certo logoramento.

Non ricordo più il nome del libro ma è uscito proprio l’anno scorso, ed io lo avevo acquistato a Scrittorincittà, una cena incredibile condotta da Allan Bay ed un’altra giornalista che mi scuserà se non ne ricordo più il nome. Un'impresa culinaria per cui quella cena doveva viaggiare con gli ingredienti migliori del mondo in un tempo che scattava come un battito di ciglia.
Quest’anno il battito di ciglia c’è stato, ma si è dimenticato dell’occhio: Luigi Taglienti. Perché il Comune di Cuneo dimentica i suoi migliori figli, seppur liguri, e li ombreggia nei momenti di maggior caricamento culturale?
Forse che si teme il prezzo economico maggiore di una prestazione intellettuale del genere oppure è stata una dimenticanza burocratica mera e pura? Oppure un autunno imperdonabile da parte del Comune e del funzionario addetto?
Bisogna che Cuneo si riprenda in casa quel Luigi Taglienti che avrebbe potuto deliziare tutti gli autori e non soltanto i Gianni Mura che sanno anche di cucina per andarlo a cercare scientemente. La fantasia deve essere birichina e soprattutto lasciare che ne facciano mostra i suoi figli più ricchi. Speriamo che sia stato soltanto un semplice errore. Speriamo bene. Speriamo davvero.

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Se Massimo Carlotto si impegna civilmente. È questa la vera scommessa di un uomo che da un’esperienza ai limiti della sopravvivenza interiore diventa uno scrittore assoluto.
Perdas de Fogu (Ed. E/O - pagg. 159 Eu) è un poligono dove le aziende anche private possono sperimentare le armi più sofisticate per 50.000,00 euro all’ora. Costerà alla Sardegna la perdita di milioni di ettari i quali verranno annichiliti dalla ricaduta dell’uranio impoverito.
È una sostanza molto pesante e capace di sviluppare una forza sterminata quando semina l’urto mortale. Lo ha spiegato in maniera asettica ma sensibile, Mimmo Candito, un grandissimo inviato speciale de La Stampa il quale ha presentato Massimo Carlotto ed i Mama Sabot. Una cifra che serve ad indicare un gruppo di studio che ha sudato con lui su circa millecinquecento pagine di dati sondati e digeriti per scrivere questo violento noir di denuncia.
È un noir alla Carlotto, infatti. Offensivo come solo certe violenze alle donne.

È però ed anche un’avventura civile che rasenta il rischio anche se quel poligono si farà perché il governo italiano lo vuole. E lascerà milioni di nanoparticelle ad infestare la Sardegna ed i suoi abitanti. Carlotto è uomo avaro di parole pronunciate ma forse oggi incarna una modalità di scrivere il noir mediterraneo assolutamente costosa in termini di domande ed inquietudini che riesce a sollevare. Questo è il grande lascito che un giovanissimo professore di Bari, Valerio Capasa, ha lasciato nella mattina. E che ci si porterà dietro per sempre. I grandi scrittori, ha detto nell’introduzione a Cesare Pavese per il centenario della nascita, sono quelli che ti mettono nei guai. Perché non ti donano una formula su come affrontare la vita, ma riescono a vivere in te per come ti hanno ferito e lasciato un interrogativo da rincorrere. Capasa – di cui bisogna comprare Un’esigenza permanente/ un’idea di Cesare Pavese - Edizioni Di pagina / euro 13,00 - ha raccontato durante una lezione vischiosa come il miele ed appassionata dal fuoco di un'eloquenza scintillata dalla conoscenza a menadito dell’opera pavesiana – come Pavese fosse un uomo “riuscitissimo”. Quando Mircea Eliade fuggì dalla Romania, i soliti amici del giaguaro scrissero all’Einaudi diffidandola dal pubblicare le opere di un fuoriuscito e dissidente come egli era. Pavese rispose che l’anticomunismo non elimina l’intelligenza. E, quindi, l’Einaudi avrebbe pubblicato le sue opere.

Questi era Pavese. Non sappiamo se sia stato davvero impotente con le donne, o se sia stato davvero quell’uomo per cui chi vuol sborrare in figa, paghi. Come dice in modo cruento ma vero, anzi verissimo, nel Mestiere di Vivere. Un diario che è soprattutto tormento. È uno dei pochi libri al mondo che destano una inquietudine fisica, quasi materica, ogni volta che lo si legge. Pavese è capace di sollevare dubbi per l’eternità e di metterti nei guai se lo leggi. Si cerca sempre un uomo che sa scrivere. Quando vinse il Premio Strega nel 1950, forse, non lo pensava più. Era già uomo malato di tristezza. Ma quanta gioia ci ha lasciato quel suo sentimento di ricerca dell’infinito. Quel mestiere di vivere è davvero un mestiere porco. Ma è l’unico che sappiamo fare.

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Sepulveda ha rotto gli argini. Non soltanto quando ha dichiarato che gli italiani hanno scelto per la terza volta il Berluscones. Al Cinema Monviso di Cuneo ha dichiarato anche che l’affermazione di Berlusconi su Obama, il bello ed abbronzato, è un’espressione di un razzismo insopportabile. Poi, alla sera, se ne è andato a cenare all’albergo Lovera Palace con Bruno Apaja, lo scrittore napoletano che sa lo spagnolo meglio di tutti nonché traduttore dell’ultima fatica di Zafon, quello dell’Ombra del Vento per intenderci. Con lui – in un tavolo ben lontano – Dacia Maraini, Michele Serra e la fidanzata Giovanna Zucconi, quella che presenta pillole di libri a Che tempo che fa.

La rivolta degli autori. La rivolta degli scrittori che hanno eletto la patria culinaria di Luigi Taglienti a propria enclave del palato. Anche se non è convenzionata e non è stata inserita dal Comune all'interno dei ristorante con cui esiste l’accordo commerciale.
Evidentemente anche gli autori hanno delle preferenze specifiche in materia organolettica che gli accordi burocratici non riescono a scalfire.
La rivincita di Taglienti anche se nella parte meno aulica dei suoi attuali possedimenti. La rivincita di Giorgio Chiesa che domina su di un terreno ove neanche il Comune riesce a porre dei vincoli strozzanti. Se lo scrittore decide, usa la testa.
Sepulveda ha raccontato nel pomeriggio quale è la sua condotta di narratore della vita e del mondo. Se l’esilio lo ha aiutato nel ritrovare una forza creativa che diventa più forte perché deve aiutare lo scrittore scacciato a sopravvivere, la sua cifra più lussureggiante è la narrazione allo stato puro. Sepulveda è un raccontatore naturale il quale riesce a rapire la mente ed il cervello che la alberga con una classe naturale istintiva. E’ un meccanismo narrativo naturale, come il senso di dominio del leone, o la corsa lucida del ghepardo quando saetta nella savana. Per circa due ore ha deliziato un uditorio che andava con l’immaginazione dove le parole – in italiano – di Sepulveda lo portavano.
Alla sera, mentre mangiava, ho sentito che non gli piaceva mangiare sempre fuori da casa chè il ristorante permanente a cui fanno capo i viaggiatori cronici lo disturba non poco. Però, ha voluto fare una scelta a quanto pare senza ombre. Guidato da Arpaia che al Lovera è di casa.

La Maraini. Nel pomeriggio ha destato nell’uditorio foltissimo di persone ricordi tragici di due anni vissuti dentro un lager. La cosa più drammatica, e più commovente in modo da scatenare una sensazione lacrimevole nell’anima più impietrita, sono le valigie. Quelle che stanno in bella mostra dietro un vetro ad Auschwitz. Perché la valigia è il progetto di una vita. Non si va alla morte con la valigia. La si fa per partire verso un lido nuovo, o almeno dove è la speranza.
Era al tavolo con Michela Serra e la Zucconi. Serra ha un aspetto da inquisitore medievale, con una barba curata, ed un abbigliamento da funzionario di partito.
Quello che accomuna gli autori e li ha agglutinati in questa giornata densa come il mare d’inverno, è l’antiberlusconismo.

La percezione è netta. Da Sepulveda, il quale sembra avere respirato in Italia un pericolo dittatoriale che conosce bene, alla Zucconi la quale ricorda alla Maraini di dire a Berlusconi che i comunisti non esistono ormai più in Italia.
Fino a Roberto Scarpinato e Saverio Lodato, i quali parlano del ritorno del Principe, una creatura possente e mafiosa, la borghesia che ospita la mafia strutturale, quella più duratura e consustanziale al nostro sistema di vita quotidiana ma agli alti livelli della società.
Anche Scarpinato, però, ha scelto la sera del venerdì la cena presso le Antiche Contrade. Perché il gusto degli autori va praticamente soltanto in direzione dei possedimenti gustativi di Chiesa e Taglienti non si sa. Forse l’equazione è molto più semplice di quanto non si creda. Si mangia meglio che negli altri ristoranti anche se il prezzo può andare in proporzione. Ma il segreto più intimo di un uomo quale è ? Mangiare pietanze buone, pulite, di chiara genuinità e facilissima digeribilità.

Se poi, accanto alla tranquillità delle materie prime, si accosta un nume culinario capace di accendere la notte con colpi netti e magici come certe creature di carta che Sepulveda ha posto ai confini del mondo, bè, allora anche le convenzioni comunali vanno all’aria. Chi comanda è il gusto e non la carta bollata, il prezzo viene accantonato ed il palato diventa un cavaliere che ordina ed a cui anche un assalitore di storie ed un incantatore del sonno come Sepulveda si arrende docilmente.

La fuga degli autori ha avuto una compattezza bella rotonda. Non ha avuto esitazione né tantomeno ha fatto vedere una qualche pur minima fessura. E’ stato un movimento come quello di una testuggine. Verso Taglienti. Verso la sua cucina e senza pensare alle convenzioni. In effetti, da scrittori usi a servire soltanto la fantasia più lussureggiante, non si poteva sperare un altro comportamento. Si va verso le cucine come in una storia. Tenendosi soltanto il cuore come occhio, unico, nel buio della notte. L’istinto vince su tutto. La magia non lascia prigionieri. Ma le gabbianelle – come quella inventata da Sepulveda per far sentire importante un bel gatto – san bene dove volare. D’altro canto siamo in autunno ed è tempo di migrare.

Alberto Pezzini

di Alberto Pezzini

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