Magazine Venerdì 7 novembre 2008

Disturbi alimentari: come fare?

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Magazine - «Non si tratta di estetica, ma dell'idea che ci siamo fatti di noi attraverso le nostre relazioni infantili».
Mi piacerebbe avere un chiarimento riguardo a questa frase, mi incuriosisce molto. Soffro da anni di disturbi alimentari. Sono stanca, la mia vita è condizionata in ogni aspetto e in ogni singolo istante.


Lo so che tornare sugli argomenti è spesso noioso e, per una rubrica, può diventare controproducente, ma in questa occasione farò un’eccezione. Le sofferenze e la stanchezza per i suoi disturbi alimentari sono le stesse di molte altre persone che meriterebbero di trovare un poco di serenità. Certo, non saranno le mie poche righe a risolvere questi problemi anche se, lo ammetto, mi farebbe piacere dare un piccolo contributo.
Su questo argomento esiste una vastissima letteratura. Comincerò a citare Epitteto, un filosofo di circa 2000 anni fa che ha scritto, nel suo Manuale: I problemi non derivano dalle cose ma dai giudizi che noi diamo su di esse. Anche Protagora, padre del relativismo, diceva che l’uomo - ogni uomo - è esso stesso la misura delle cose. Ma non sono stati gli unici. In tempi più recenti Freud ed ancor più Adler, entrambi capiscuola del pensiero psicoanalitico di inizio secolo, hanno posto l’attenzione sul fatto che ogni essere costruisce una propria realtà che in buone parte condivide con i suoi simili, mentre un'altra parte resta squisitamente unica e soggettiva. Una realtà soggettiva che si basa su riferimenti e regole molto spesso inconsce, cioè ignote, alla stessa persona che la formula e che dunque ne rimane, in un certo senso, prigioniera.

Ognuno di noi vede le cose a modo suo e a modo suo le giudica. Questo ci porta a un'altra domanda: ma come nascono i nostri giudizi? Come facciamo ad imparare a misurare le cose? Come facciamo a giudicare gli altri? E, soprattutto, come arriviamo a formulare i giudizi su di noi? Su alcune cose può essere più facile e ovviamente non negherò che è meglio essere dei fighi pazzeschi piuttosto che il contrario. È un'evidenza che è immediatamente palese in qualsiasi discorso deliziosamente superficiale. Ma è altrettanto evidente che non basta essere belli (qualsiasi cosa intendiamo per bello) per essere anche felici o amati.
E se può sembrarci più facile portare fuori il problema e occuparci dell’estetica, resta invece il problema - vero - di sentirci belli, amati, felici.

Ma come mai non ci sentiamo così? Come mai noi non ci piacciamo? O crediamo di non piacere agli altri? Molto probabilmente tutto questo nasce dal fatto che, nella nostra infanzia, non siamo stati aiutati a farlo ed oggi, diventati in parte più grandi, ci portiamo dentro questo dubbio o questa confusione che riporta a cercare negli aspetti esteriori quelle scuse per confermare il sospetto o la sensazione o l’emozione di un difetto che, invece, riguarda il “dentro”. Ovviamente non è così semplice e rileggendo non sono neanche sicuro che tutto questo sia realmente un chiarimento, ma spero che aiuti qualcuno a riflettere, anche perché la prossima domanda è: ma come si fa a mettere a posto tutto questo?
Si può. Ma questa è un'altra storia.

di Marco Ventura

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