Magazine Mercoledì 5 novembre 2008

Dalle mie ceneri: l'uomo vince la morte

Magazine - Cosa sarebbe successo se Hitler avesse vinto la guerra? Che tipo di presente staremmo vivendo? La storia fatta coi what if è il motore che anima gli scrittori di ucronia, di storia alternativa, filone letterario in cui la fantasia cambia il corso della storia così come la conosciamo. Appassionato e autore di questo genere, Giampietro Stocco, giornalista Rai, ha già collezionato diverse storie alternative ipotizzando, per esempio, un’Italia in cui il fascismo non sia mai caduto in Nero Italiano e nel sequel Dea del Caos: «la passione per la storia alternativa è nata prima con la lettura di romanzi storici e poi con quella di autori di ucronia, come Richard Harris, ma anche di fantascienza come Dan Simmons, Michael Crichton (scomparso proprio oggi, n.d.r) e Charles Stross», afferma l'autore.

Dalle mie ceneri (DelosBooks, 2008, 8 Eu, 117pp.) è l’ultimo romanzo di Stocco, in cui la storia alternativa si sposa con la fantascienza: siamo nel 2015, in un futuro immaginato a partire dal 1982, punto di divergenza tra storia vera e fantastoria. La vicenda coinvolge l’intero globo dall’Africa alla Cina, dall’Europa al Cono Sur, fantascientifica confederazione che unisce gran parte del Sudamerica, ma si concentra in particolare in Argentina e in Senegal, dove il futuro fa i conti col passato: dalla tragedia dei desaparecidos nel paese latino, allo sfruttamento dei bambini da parte dei precettori islamici per le strade di Dakar. In questa realtà parallela le nanotecnologie hanno portano alla creazione del "soldato perfetto", un congegno uomo-macchina potenzialmente immortale, la cui mente può essere facilmente manovrata come in The Manchurian Candidate e il cui corpo, se trivellato da colpi d’arma da fuoco, si rigenera formando nuovo sangue e nuovi tessuti, come il T1000 di Terminator 2.

Il progresso tecnologico fatto di ologrammi, robot da compagnia che possiedono personalità, braccia che ricrescono come la coda delle lucertole, non è riuscito a migliorare l’esistenza dell’uomo che vive in un mondo in guerra, dominato dalle famiglie mafiose e dalle multinazionali del petrolio e della plastica. Una visione che non ha niente di roseo: «tra due o trecento anni sarà pratica comune quella di ripararsi parti del corpo, l’integrazione tra uomo e macchina che stiamo sperimentando oggi sarà la normalità. Questo da un lato potrà servire contro le malattie e la carenza di organi, dall’altro c’è il rischio di un’applicazione militare impropria. Quello che può venire fuori dal romanzo è un quadro negativo, ma il presente non è da meno e il presente è reale».

Stocco non risparmia una frecciata al mondo del giornalismo, di cui fa parte ("Redigere una velica politica era una cosa, occuparsi di una vera notizia era tutt’altro, ed erano pochi ormai i giornalisti capaci a farlo" p. 66): «questo vale a tutte le latitudini. Oggi il flusso impetuoso di notizie non permette di fare ricerche di approfondimento. Non puoi verificare cento agenzie in un’ora, ti devi fidare delle fonti che ritieni attendibili. La generalizzazione obbligata, dal gossip alla politica, fa diventare il giornalista una "scimmia sapiente" che lavora di copia e incolla, col rischio che tutti i giornali e i telegiornali si assomiglino».

Gli eventi e i personaggi sono incastrati con un piede nel passato vero e l'altro nel presente-futuro alternativo, come l’argentina Celia Rodriguez che si divide tra un passato di hija, di orfana di genitori scomparsi, dagli occhi grandi e profondi e un presente-futuro di "modificata", drogata tecnologica dalla voce metallica. La fusione è accurata, credibile e affascinante: «è un gioco di immaginazione ma anche di realismo, è un paradosso per cui devi inventare un evento o un personaggio che deve essere giustificato e preciso nei dettagli. Quando si scrive di ucronia bisogna documentarsi come se si scrivesse un saggio».
Stocco non si ferma qui. Ha altre storie alternative nel cassetto: «la prossima avrà come argomento una scoperta dell’America al contrario, per ora non posso dire di più».

di Marianna Norese

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