Magazine Venerdì 24 ottobre 2008

Aime, un diario nel cuore del Piemonte

Magazine - Racconta Aime di avere indicato in un articolo inviato alla Rivista della Montagna il santuario di San Magno come una chiesa tibetana. Gli scrissero dopo pochi giorni in redazione una lettera indignata in cui si diceva che quel monastero non era mica roba da terzo mondo. Eppure se ci andate ha qualcosa di orientale, di calmo. Quasi una serenità interiore che fa un corpo unico con le pietre e con l’aria del cielo che ci sta sopra. Un azzurro quasi accecante. Così gli occhi delle masche, se ci riesci a guardare dentro come in un lago dove fiuti nell’intimo un pericolo oscuro. Ma ti attira.

Marco Aime fa l’antropologo ma questa sua antica tesi di laurea (Il lato selvatico del tempo, Ponte alle Grazie, 2008: 139 pp., 10 Eu) ha moltissimo di Nuto Revelli. E di quei nastri registrati dove il grande piemontese incideva racconti e storie di vita irripetibili. Un alveare umano, quelle storie. Pezzi di vita intinti nell’inchiostro con una passione ed una fierezza tra il contadino ed il signorile. Così Aime se ne sta un anno in una piccolissima, anzi sbriciolata borgata della Valle Grana. E si interroga sulle masche, queste donne metà angeli e metà belve che da secoli vivono nella coscienza popolare. E forse dentro un bosco o dentro un cuore silvano. Mi viene da dire.
Ne nasce un diario intimo, che condivide con alcuni abitanti della borgata. Voci silenziose, ma calde, che stanno ben dritte davanti agli occhi. È un pretesto per compiere un viaggio indimenticabile, tra mucche e prati, lune che sorgono in un’aria di peltro, ed una libertà assoluta. Senza sconti. Aime vive un anno in montagna e ci gode da morire. Per chi ama la montagna quell’anno deve essere stato un colpo di fortuna, una discesa senza bombole in un pozzo di miele. Non tutto il miele è finito, però. L’antropologo qui è ancora in fieri, ma il poeta e lo scrittore d’interni quasi dominano di più una scena che sta bene nel cuore.

Aime parla delle veglie, e della figura del narratore. Di lì le masche sono nate. Le veglie in Piemonte pensate che si possono oggi ritrovare in Marocco, per esempio. Non vi sembri sacrilego ma il fuoco nel deserto di notte costituisce un ottimo sistema di passaggio per le storie. Naturalmente di bocca in orecchio e così a salire nell’animo e nel ricordo di una persona. Oggi la figura del narratore non esiste più. Un tempo c’era e chi narrava poteva scolpire davanti alle fiamme ed alle scintille una masca, una donna che amava troppo, oppure un brigante terribile.
La potenza della parola diventava evocativa e riusciva a creare delle immagini visive nell’immaginazione. Se dentro un fuoco è possibile vedere un veliero mentre salpa, oppure un leone che dorme sotto un baobab, il narratore faceva vivere certe creature sotterranee di una luce bianca. Oggi la veglia non esiste più. Oggi abbiamo perso questo momento di incontro umano così bello, e vario, e pieno di carne ed anima a contatto fisico. Abbiamo perso la vita narrata, quella che si portava dentro un bagliore di vita che certe immagini non riescono a possedere.

Così la masca fa fatica ad uscire perché sta dentro certe persone anziane e non ha trovato testimonianze scritte capaci di imprigionarla. Poi, la notte. È una condizione prima di tutto mentale. E se la associ alla montagna, soprattutto quella traditora che sta più in alto, capisci che devi stare dentro le pietre della borgata. Nell’immaginario collettivo la notte è il regno delle streghe. Anche se la masca è qualcosa di un poco diverso, è un’anima errante capace di punire chi si è macchiato di colpe precise. Chi si corica con una donna altrui, oppure chi invita al matrimonio i defunti per spavalderia, merita di essere castigato. Lì dentro c’è anche una spiegazione umana remota ma che si comprende da lontano. Poi c’è il lato affascinante. La masca quando muore cerca di trasmettere i suoi poteri ad un’altra persona che deve evitare il contatto. Allora bisogna impiegare il bastone. Però la masca è dappertutto. Ed arriva all’improvviso.

Forse le masche sono come quelle pietre di una volta. Sanno tenere compatti i muri, e non cadono mai perché la mano che li ha tirati su è quella sapiente e quasi percettiva di soli montanari. Quelli che crescono all’interno di una borgata e quando diventano vecchi non hanno in fondo agli occhi la tristezza di essere comunque gli ultimi. C’è una certa fierezza nel saperlo. Gli abitanti della Chalancho avevano la consapevolezza di fare le gerle meglio di tutti. E quando le facevano con pazienza, e mani delicate come a passare sulle cosce velate di una donna assopita, si parlavano tra di loro. Oppure tacevano e consumavano con gli occhi ciò che la natura dava fuori di sé. Una catena di montagne, le colline che si addolcivano ai loro piedi,cieli stellati come pochi nel deserto, albe livide come il ghiaccio e tramonti che stingevano nel rosso un cielo chiaro come il quarzo tanto era chiaro.
Questo è il Piemonte. Un mondo meraviglioso dove certi occhi limpidi hanno visto le masche, e le hanno sentite. Oppure hanno visto il cours dei defunti passare nei vicoli della borgata e non ti ci potevi mettere in mezzo ché potevi farti del male.

Aime distilla sensazioni. Per essere un antropologo lascia con il fiato sospeso mentre descrive le persone. E prende dalle loro bocche dei pezzi di quadri umani molto evocativi. Aime è un narratore docile, silenzioso, come i Piemontesi. Non fanno molte parole. Sono determinati come falci affilate con la pietra che sta in alto. Quella che vede l’aquila e le marmotte, il cielo grigio e la pioggia fredda. Quella che picchia l’anima di paura ed alza la vita quando ci vuole. La masca è più della stria trentina, più delle bagiue del ponente ligure. È una compagna della montagna. Nella notte ci sta bene ma te la puoi trovare anche alla porta durante il giorno sotto forma di animale, o pianta, o uomo.
Quello che è brutto, anzi triste, è la fine della veglia. Significa che l’uomo ha perso la voglia e l’abitudine alle storie. Ha perso e dimenticato quanto sia importante la fantasia, l’immaginazione, il racconto intorno ad un fuoco, la parola. Forse le masche sono anche un pretesto per animare la vita quando da raccontare c’è poco che sa soltanto di terra, di bestie da mungere e di formaggi da cagliare.

Allora la tradizione orale era tutto ed i libri erano un bene soltanto per i signori. Come il pane bianco. Però pensate alla Blixen, alle storie gotiche che sapeva raccontare, oppure a Robert Louis Stevenson che chiamavano il narratore, e al fatto che ogni scrittore è un narratore che danza nella notte. Delle nostre coscienze e dei nostri occhi. Almeno allora le storie si ascoltavano insieme anche perché la vita era più raccolta. Oggi quelle case sembrano gusci vuoti – così le chiama l’antropologo – e le nostre anime sembrano crisalidi disseccate. Non so se ne è valsa la pena. Perdere la parola per una televisione vuole anche dire perdere un pezzo di ciò che ci appartiene.
La masca castiga anche per questo. Perché le persone decidono di lasciare quello da cui provengono. Forse sono ancora tra di noi. D’altro canto, la vita senza un briciolo di magia sarebbe un vero schifo.

di Alberto Pezzini

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