A Londra la Medea di Fiona Shaw - Magazine

Teatro Magazine Giovedì 12 aprile 2001

A Londra la Medea di Fiona Shaw

Magazine - Medea di Euripide
traduzione di Kenneth McLeish e Frederic Raphael
interpreti Moya Bredy, Jonathan Cake, Emma Dewhurst, Celia Ní Fhátharta, Kate Fleetwood, Gillian Hanna, Joyce Henderson, Robert Hines, Jenny Galloway, Francis Gillen, Thomas Knight, Gabrielle Lloyd, Pauline Lynch, Siobhán McCarthy, Struan Rodger, Fiona Shaw, Jonathan Slinger, Leo Wringer
regia Deborah Warner
scenografia Tom Pye
luci Peter Mumford
costumi Tom Rand
suoni Mel Mercier

A Londra al Queen’s Theatre – Shaftesbury Avenue, W1. (Tube: Leicester Square)

Fiona Shaw è un’attrice di origine irlandese laureatasi, prima, in filosofia a Cork, e poi presso la scuola londinese di arte drammatica (R.A.D.A.) dove si è distinta ottenendo la Bancroft Golden Medal.
Ormai affermata su tutta la scena internazionale, insieme alla regista Deborah Warner - più volte premiata per il suo lavoro - la Shaw ha creato negli ultimi anni alcuni spettacoli indimenticabili e pluripremiati, tra cui Electra, Hedda Gabler, Richard II, The Waste Land. In questo spettacolo, il collaudato connubio, raggiunge effetti di estrema forza e attualizza con brutale violenza iconica la tragedia del “tradimento” di cui Medea è vittima e carnefice.

La storia è sempre quella, ma lei, la Medea di Fiona Shaw è molto più umana, molto meno strega, molto fragile, ma anche molto ostinata a cercare una soluzione alla sua disperazione. È femminile e sensuale ma soprattutto è una bestia profondamente ferita. Traditrice della sua patria, di suo padre e di tutto ciò da cui proviene, Medea è tradita da colui per cui ha tradito, il resto non può che essere vendetta.

Cemento armato che arriva ai piedi della prima fila. Porte a vetri sabbiate che si distendono sullo sfondo. Una piscina al centro del palco che smorza, lava, fa prendere coscienza. Questo il paesaggio che ci introduce nel mondo straziato della Medea moderna. Una donna dagli occhi pieni di lacrime, eppure rigati di odio e voglia di fare altrettanto male. Vestita di un semplice abitino nero al ginocchio, senza maniche e di un giacchino rosa, si aggira senza tregua sui suoi tacchi per rispondere beffarda e spietata a se stessa e al coro di donne - trasposizioni moderne del coro greco tradizionale - agghiacciate di fronte alla furia e alla desolante condizione di questa femmina. Un setting ostile e duro in cui sono dispersi i giocattoli dei due sfortunati figli di Medea, strumenti della suo spietatato e machiavellico piano di vendetta contro il fedifrago Giasone, il re Creonte e la di lui figlia.
La Warner ha modificato il finale per creare una conclusione ancora più truce ad una vicenda che devasta i personaggi il paesaggio e ogni speranza. L’uccisione dei figli è un gesto insolitamente sanguinolento e non c’è alcuna carrozza d’oro ad accogliere la fuga di Medea. Non c’è catarsis, né lezione da imparare, solo l’ambigua relazione di una coppia strapazzata e svuotata, in cui Medea tenta con gesto estremo, ma non convinto, una inconcepibile riconciliazione dettata solo dalla solitudine della pazzia che segue il gesto estremo dell'infanticidio.

Forse è stato l'essere in prima fila, forse l'essere madre, forse... ma, mai prima d'ora, mi era capitato di volermi coprire gli occhi a teatro per smettere di soffrire. Uno spettacolo imperdibile per la grandezza dell'intero impianto spettacolare.

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