Magazine Venerdì 17 ottobre 2008

«Bacci Pagano torna, più fragile e cupo»

Ci sono un sacco di buone cose nell’ultima fatica di Bruno Morchio, Rossoamaro.
Intanto l'ultima avventura di Bacci Pagano è una perfetta macchina narrativa, costruita con la precisione di un orologio svizzero in una struttura a capitoli alternati tra passato e presente, raccontati in terza persona al presente storico l'uno, in prima persona al passato remoto l'altro.
Il meccanismo funziona anche nei contenuti, in un rimando continuo che anticipa e svela eventi che si incrociano su piani temporali diversi.

Non bastasse questo, Bruno Morchio prosegue ancora quel lento lavoro di cesello e limatura del personaggio Bacci Pagano che, come già ben chiarito con l’uscita di Le cose che non ti ho detto, perde ad ogni passo i tratti più macchiettistici che tanto lo hanno aiutato a farsi conoscere ed amare dal pubblico. Seguendo una naturale evoluzione, meritano di essere lasciati in secondo piano per sviluppare gli aspetti di un soggetto che, scopriamo ancora in queste pagine, ha ancora molto da dare ai propri lettori.

Questa storia ci consegna così un Bacci più fragile e cupo: tormentato dalla crudezza del destino della sua Jasmine, in coma seppur salvata dalle mani di un sadico omicida; all’inseguimento della misteriosa Tilde, che attraversa la storia partigiana nella Sestri del 1944 per passare informazioni ai GAP dal letto dell’ufficiale tedesco di cui è diventata amante.
Il detective senza mutande che svelava la propria nudità solo per le sottane delle sue tante donne è passato ormai di moda, l’intimità che Morchio ci racconta è molto più profonda, e passa dalle radici operaie e partigiane dei suoi genitori all’amore per Jasmine, ritrovata d’improvviso ma appesa per un filo tra la vita e la morte.
È proprio questo, il continuo altalenare tra speranza e terrore della morte, ad alimentare la tensione che tiene in piedi la storia: non ha a caso, infatti, entrambe le storie, quella passata e quella presente, si risolvono davanti al letto d’ospedale dove Bacci, attende, senza saperlo, più di una verità.

In un racconto che non lascia scampo al lettore, trainato da una trama del tutto verosimile in un contesto storico autentico, Morchio, com’è prevedibile, non lascia spazio ad alcun revisionismo.
Lo fa a partire dalla dedica (alle donne e agli uomini che hanno combattuto dalla parte giusta), per arrivare fino al rigore morale, che attraverso il tempo si posa davanti a Bacci Pagano, dei personaggi coinvolti.
Se non c'è revisionismo, non c'è neanche agiografia: la continua tensione che alimenta la storia, infatti è l'oscillazione costante dei personaggi tra pulsioni dei sentimenti e doveri dell’ideale, in una incertezza che dilania le coscienze.
È dunque questa l'ennesima buona cosa: una tensione etica che riporta l’eroismo dei vincitori (e dei vinti) all’umanità che, in fondo, tutti dovrebbero saper ritrovare in quei ragazzi di ieri, per non farli restare, oggi, soltanto nomi di strade troppo trafficate.
di Simone Nocentini

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