Viaggi Magazine Venerdì 19 settembre 2008

Groenlandia: il villaggio dei Cani Alfa

© Ottorino Tosti

Continua l'avventura in Groenlandia su mentelocale.it.
Ottorino Tosti, membro della spedizione Saxum 2008, ci racconterà tutti i sabati ciò che ha visto nel corso di questo viaggio estremo. Questo è il suo diario di bordo.

Saxum 2008 è l'unica spedizione italiana in Groenlandia nell'ambito delle iniziative dell'Anno Internazionale Polare 2007-2008. Ha ricevuto la Medaglia d'Argento della Presidenza della Repubblica. Tra i promotori il Progetto Carta dei Popoli Artici e l'associazione Ex-Plora Nunaat International.
Una importante sezione della spedizione è stata curata dall'Associazione Perigeo Onlus con il progetto Un Inuit per Amico, che ha coinvolto i bambini Inuit dei villaggi visitati in uno scambio di disegni con coetanei di diverse parti del mondo - Nency della Penisola di Jamal in Russia, Oromo e Surma dell'Etiopia e bambini di diverse regioni italiane - in un'ottica di incontro tra realtà, valori, culture e tradizioni profondamente differenti.

Magazine - Il Cane Alfa sta fiero, ritto sulla roccia levigata dallo scorrere degli antichi ghiacciai, e fissa lo sguardo pensieroso contro il vento che, gelido, soffia dalla calotta polare.
Lo osservo in silenzio, prima di muovere una mano verso di lui, pronto a ritirarla se mostrerà di non gradire di venire toccato. Non lo conosco, e non so come reagirà alla mia presenza inopportuna. Ma non mi degna. Non un movimento, non un segno di amicizia o di paura. Nulla. Semplicemente, mi ignora.
Ha gli occhi profondi, due piccole fessure strette per difendersi dalla luce del sole riflessa dal ghiaccio e dalla neve. Il suo pelo bianco e nero è folto, ruvido, segnato dalle bufere degli inverni trascorsi sul pack.
Immobile, sta fiutando l'aria. I suoi occhi sono assenti a ciò che accade intorno, è assorto, insegue il ricordo delle bufere affrontate nell'anno passato, e sta fiutando l'aria alla ricerca di uno spirito che, aleggiando dal nord, gli porti la buona novella che l'estate è finita, e che presto tornerà la neve.
Dei bei momenti in cui verrà legato alla slitta, e vicino a lui verranno legati i suoi figli più giovani ma già forti, poi le femmine, e alla testa di questa muta di compagni potrà correre sul pack ghiacciato, sapientemente condotto dall'inuit suo padrone, e forse spera di finire disperso nell'immensità della calotta polare, dove il sole non scalda mai la terra, e dove potrà vivere in eterno inseguendo le impronte di Nanuk, l'orso bianco.

Tinitequilaaq, una decina di piccole case di legno variopinto modellate sulle asperità delle rocce, ha una grande popolazione di cani. Qui ve ne sono molti di più che negli altri villaggi inuit.
A Tinitequilaaq i cani si trovano ovunque: sui dossi rocciosi, sotto le tettoie delle case, nascosti negli anfratti fra le pietre. Vivono tutti all'aperto, alla catena oppure liberi, ma con una zampa infilata dentro il collare perché non si allontanino troppo dalla casa del padrone.
Vengono alimentati con abbondanza, ma trattati molto duramente. Non c'è amicizia fra l'inuit e il cane, solo un rapporto di reciproco aiutarsi a vivere in quel duro ambiente. Il cane tira la slitta e trasporta il cacciatore nel luogo più propizio alla caccia, il cacciatore trova la foca, che uccide, e che poi divide equamente con il cane che lo ha trasportato.

Mentre passeggiamo per il villaggio, io, Marinelli e il simpaticissimo scalatore Franco Varrassi, un bimbo ci viene incontro. Cammina appena, si avvicina trascinando faticosamente un carrettino su cui trasporta un cucciolo di cane.
Barcollando sulle gambine malferme viene a farcelo vedere con orgoglio. È il suo cane, il suo giocattolo. Ce lo mostra tenendolo stretto per il collo.
Il cagnolino sente male, cerca di ribellarsi. Allora il bambino gli picchia un pugno in testa, forte. Forse per gioco, ma forse perché imita quello che ha visto fare dal padre agli altri cani disubbidienti. Il cagnolino trema, ha paura, ma si quieta, sta fermo e docile mentre il bimbo lo mostra con fierezza tenendolo sollevato per una zampa.
Cerchiamo di fargli capire che no, non deve trattarlo così. Ma lui non capisce. Non perché è piccolo, avrà forse due anni, ma perché lì i cani sono trattati così, molto duramente. Da loro, dalla loro ubbidienza e dalla loro risposta pronta ai comandi dipende la vita non solo del conducente della slitta, ma della sua intera famiglia.
Provate a immaginare una slitta lanciata in corsa sul pack, che d'improvviso si trova davanti una spaccatura del ghiaccio, il conducente che ordina ai cani di fermarsi e loro che non ubbidiscono e continuano nella loro folle corsa. O che si avventano latrando contro Nanuk, l'orso, nell'istante in cui il cacciatore, non visto, sta prendendo la mira. È una preda perduta, un tesoro alimentare sfumato che forse rappresentava l'unica occasione per sfamare l'intera famiglia. È la morte cerca, per tutto il gruppo.

I cani sono l'unica ricchezza della popolazione inuit. Oggi vengono utilizzati per spostarsi d'inverno sulla neve, ma nei tempi passati rappresentavano per lui la sola possibilità di sopravvivere nei momenti difficili. I vecchi del villaggio ricordano come i loro padri raccontavano che nei momenti di carestia, quando tutto era stato mangiato, perché tutto ciò che l'inuit possedeva era commestibile: le coperte di pelli di foca, la frusta per condurre la muta, il grasso combustibile della lampada, le cinghie e i finimenti della slitta, i cani rappresentavano per lui e la sua famiglia l'ultima possibilità di alimentazione.

Tinitequilaaq è il paese che vive nei sogni di ognuno di noi.
L'ululato dei cani che si perde nel vento è il suo rumore di sottofondo. L'odore di pesce salmastro e di carne di foca appesa a seccare al vento sono il suo ricordo.
Il pensiero fatica ad allontanarsi da questo angolo silenzioso di mondo, e ritorna sempre a Tinitequilaaq.
Qui siamo dispersi nell'estremo limite del vivibile, al vero Finis Terrae dei tempi moderni, dove ancora si respira l'aria delle ultime esplorazioni possibili, e dove l'ignoto attende dietro ogni dosso, o appena percorsi i primi metri di pack, ed è rappresentato dal vorticare del piterak, il terribile vento polare che qui al Sermilik d'improvviso può prendere a soffiare spaventoso alla velocità di oltre 150 Km orari.
Nei ghiacciai intono al Sermilik si cerca l'ignoto, ma non lo si trova nelle sue terre aride, nelle pietraie o nei suoi ghiacciai, lo si trova nelle tempeste improvvise, nel vento che non concede il tempo per riparasi e per rafforzare i pali della tenda, e sradica tutto, lasciando l'incauto esploratore nudo ed inerme difronte alla morte per assideramento, che arriva in pochi minuti ricoprendolo di neve e ghiaccio.

Gli antichi credevano che oltre le Colonne d'Ercole il mare precipitasse in cascate turbinose, e che i vascelli che si avventuravano laggiù sprofondassero in baratri oscuri, dai quali non si poteva fare ritorno per il vorticare delle cateratte, e che trasformati in errabondi fantasmi continuassero a navigare per l'eternità in mondi sconosciuti, fra mostri marini e bellezze inimmaginabili.
Sermilik è il luogo dove si supera il Finis Terrae della vita, e, abbandonati davanti all'ignoto che è in noi stessi, si è costretti ad affrontare i misteri dell'anima.
È per questo che chi per una volta è approdato a Tinitequilaaq, sulle sponde del Sermilik, vi ritornerà per sempre.
Così capisco come questa popolazione, da migliaia di anni abbandonata a se stessa in un ambiente oggettivamente inospitale, legandosi profondamente con l'anima ad ogni cosa esistente, alle pietre, al sole, ai licheni, agli arbusti, ad ogni forma seppure esile di vita, è riuscita a costruire una società vivibile e felice.

Le pietre che raccolgo nel villaggio di Tinitequilaaq prendono vita e vitalità assorbendo l'essenza di questo ambiente senza tempo, e quando le ripongo nello zaino traspondono questa essenza nei vestiti e nella pelle delle mie mani.
Mi dicono che domani tornerò sul Sermilik, alla ricerca di un passaggio nel pack che mi permetterà di camminare nel labirinto di ghiaccio e di vette aguzze del Midgardgletscher, ancora oggi uno dei pochi angoli del Pianeta mai percorsi da piede umano, e dove i pochissimi che lo hanno sorvolato con l'elicottero raccontano di giganteschi baratri che inghiottono fiumi impetuosi. Oltre le Colonne d'Ercole, il Finis Terrae: le meraviglie e le forze della natura per lo speleologo dei ghiacci.

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