Viaggi Magazine Venerdì 5 settembre 2008

Groenlandia: alla scoperta degli abissi

© Ottorino Tosti

Continua l'avventura in Groenlandia su mentelocale.it.
Ottorino Tosti, membro della spedizione Saxum 2008, ci racconterà tutti i sabati ciò che ha visto nel corso di questo viaggio estremo. Questo è il suo diario di bordo.

Saxum 2008 è l'unica spedizione italiana in Groenlandia nell'ambito delle iniziative dell'Anno Internazionale Polare 2007-2008. Ha ricevuto la Medaglia d'Argento della Presidenza della Repubblica. Tra i promotori il Progetto Carta dei Popoli Artici e l'associazione Ex-Plora Nunaat International.
Una importante sezione della spedizione è stata curata dall'Associazione Perigeo Onlus con il progetto Un Inuit per Amico, che ha coinvolto i bambini Inuit dei villaggi visitati in uno scambio di disegni con coetanei di diverse parti del mondo - Nency della Penisola di Jamal in Russia, Oromo e Surma dell'Etiopia e bambini di diverse regioni italiane - in un'ottica di incontro tra realtà, valori, culture e tradizioni profondamente differenti.

Magazine - Ikasartivaq è uno stretto canale dalle acque scure e profonde.
E su queste sponde, in una spiaggia di sassi abbiamo alzato tre piccole tende, che saranno il nostro villaggio per otto giorni. Abbiamo anche una comodità. Perfettamente liscio, levigato dallo scivolare dei ghiacciai, un grande lastrone di granito sarà la nostra spiaggia. Qui, nei momenti di riposo, sotto un sole debole ma graditissimo, potremo trarre dalla nostra memoria il ricordo delle lontane spiagge di casa.

Dal campo all'altopiano, dove inizia la morena che conduce al ghiacciaio, sono 200 metri di dislivello. Si percorrono in una quarantina di minuti, o poco più di un'ora con un carico pesante.
L'altopiano è la porta obbligata per accedere al ghiacciaio. Ma è anche difficile attraversarlo.
I nevai che si stanno sciogliendo creano un labirinto inestricabile di torrenti. Dopo aver vagato lungamente cercando il punto migliore per attraversarli, bisogna passare saltando con circospezione su macigni instabili, correndo il rischio di cadere ed essere trascinati via dalla forza tumultuosa delle acque.

In alto, tutto l'altopiano mostra il tentativo di una vegetazione rada, sporadica, di colonizzare un mondo esclusivamente di pietre, ghiaia e rocce. Ovunque si trovi un angolo riparato, licheni, muschi, piccoli arbusti strisciano avvinghiandosi per fare forza comune contro il vento che tenta incessantemente di sradicarli. Nulla si eleva per più di pochi centimetri dal terreno perennemente gelato.
Ma un lichene, coraggiosissimo, arrampicandosi e sostenendosi contro un sasso vibra e trema resistendo al vento, nello spasimo di assumere una posizione eretta. È isolato, non ha l'aiuto di nessuno, eppure è evidente che sta tentando lo sforzo estremo per lanciarsi verso l'aria.
È una lotta epica e commovente.
Penso: sto forse assistendo al primo tentativo che condurrà nei milioni di anni questa forma oggi primitiva a mutarsi in vita evoluta, elevandosi verso il trascendente, con forme e spiritualità a noi oggi inimmaginabili ed impensabili?

Sto seduto ora su di un masso, un grande masso erratico, e qui vedo il fiordo di Sermilik, lontano, completamente chiuso dagli iceberg, e le vette che mi circondano nitide contro il cielo azzurro, e i colli che le separano dai quali fluiscono enormi colate di ghiaccio.
Passa a volo basso un gruppo di strolaghe, grandi uccelli molto simili ai cormoirani, dall'apertura alare di oltre un metro. Una raffica di vento più forte solleva un turbine di sabbia.
Il vento soffia incessante, teso, gelido. La temperatura è bassa. Il termometro segna 11° sottozero. Il sole è alto nel cielo.

Due ore di cammino e a mezzogiorno siamo in una posizione avanzata nel sistema di ghiacciai superiore, a quota 800 metri.
Non ci sono grandi dislivelli qui in Groenlandia. Le montagne raggiungono i 1200, 1400 metri, e sono già alte. Ma salgono direttamente dal mare, ed hanno pareti verticali di 500, 700 metri che farebbero la felicità di ogni alpinista.

Non ha mai visto impronta umana questo ghiacciaio che stiamo attraversando, aggirandoci forse con troppa disinvoltura fra una griglia di crepacci coperti dalla neve.
Stiamo giocando con la manifestazione più avanzata ed estrema della speleologia esplorativa, la glaciospeleologia, che unisce le conoscenze speleologiche alle tecniche alpinistiche più avanzate.

Per forse 500, 700 metri, seguiamo nella neve una debole traccia che potrebbe essere un canale di scorrimento dei fiumi di disgelo che l'anno passato hanno segnato la superficie del ghiacciaio.
Ed ecco che, inaspettato, insperato, si apre davanti a noi un vuoto instabile, dall'ingresso ingombro di blocchi di ghiaccio, neve dura, detrito morenico cementato insieme dal silt, finissima sabbia residuo delle rocce macinate dallo scorrimento dei ghiacciai, caotico testimone di tutte le ere geologiche passate, che conduce sul bordo di un pozzo entro cui i suoni si abbandonano nel vuoto, precipitando fin nel cuore del ghiacciaio.

È un lavoro pericoloso e funambolesco in quell'ambiente dove tonnellate di macigni stanno sospese nel nulla su di noi raggiungere i punti migliori dove avvitare i chiodi da ghiaccio e moschettonare le corde.
Poi la discesa allenta la tensione. Le pareti scintillano alla luce delle lampade frontali.
20,30,ancora 12 metri.
Un piccolo terrazzo offre una pausa alla discesa. Da lì in poi la corda sfrega contro la parete. Bisogna mettere un chiodo, in modo che la corda si rilanci nel vuoto.
17 metri ancora, e un nuovo chiodo.
Ancora 20 metri, e il fondo si fissa dolcemente, quasi di sorpresa, sotto le punte dei nostri ramponi.
È solido, rassicurante, non è una crosta di ghiaccio formata sulla superficie di un lago sotterraneo, pronta a rompersi come altre volte è accaduto, avvicinando alla morte lo sfortunato esploratore. È il solido fondo del pozzo, il cuore del ghiacciaio.
Da lì in poi procediamo per una traccia di galleria, cautamente, le piccozze in mano pronti a piantarle se il fondo dovesse cedere liberando improvvisamente un vuoto sottostante, ma quasi subito il passaggio si stringe, tramutandosi in una stretta fessura impenetrabile anche alla luce della torcia.
È ancora troppo presto, troppo freddo perché questo abisso di ghiaccio si riveli in tutta la sua grandezza. Ma è un successo, comunque, essere arrivati fin qui.

Fra non molto, quando l'estate sarà avanzata, la superficie del ghiacciaio inizierà a fondersi, tutto il ghiacciaio diventerà un turbinare di torrenti, le acque precipiteranno in questo pozzo con una grande cascata e riapriranno le gallerie ora congelate dal freddo dell'inverno.
Per un breve periodo dell'anno la grotta riprenderà vita, ricreando e allargando le proprie gallerie.
Ma sarà per poco, solo per poche settimane, forse pochi giorni.
Poi si richiuderà, e così di anno in anno, in un ciclo che durerà fino al momento in cui il ghiacciaio, sotto il mutare dei climi, scomparirà per sempre.
E sulla terra nuda, rocciosa, piccole forme di vita vegetale inizieranno a muoversi e a lottare contro il vento.

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