Magazine Venerdì 5 settembre 2008

Genovese: «a Stoccolma ci sono le fate»

Magazine - Ci sono le fate a Stoccolma (Diabasis, 223 pagg., 16 euro), il nuovo libro di Rino Genovese, è un racconto di viaggio. Anzi no, è una storia fantastica. O forse sarebbe più appropriato parlare di prosa d’intervento civile.
Il mistero è presto svelato: il libro è tutte queste cose insieme. Genovese è uno sperimentatore e gli piace stupire: «questo può essere anche molto irritante», commenta, «le librerie, ad esempio, non sanno in quale scaffale collocare il mio libro».

Una dichiarazione d’amore verso la capitale svedese: personalmente lo definirei così. Stoccolma è entrata nel cuore dello scrittore e filosofo napoletano, che lì ha trovato il proprio rifugio. Il suo paese lo disgusta e il Nord Europa ha tutto ciò che manca all’Italia. Parole d’ordine: niente peli sulla lingua. E Genovese ne ha per tutti e per tutte: «nella società svedese contano l’individuo e lo stato. In Italia, invece, domina il familismo. Anche per questo la donna italiana non è riuscita ad emanciparsi: colpa della società e dello stato sociale poco efficiente. In Italia una donna non può avere un figlio se non è sposata. E poi il tasso di disoccupazione femminile è altissimo, soprattutto nel sud. Nel nord, invece, le donne non riescono a raggiungere posizioni di vertice nel lavoro».

In Svezia le cose vanno in un’altra direzione. Lo scopriamo scorrendo le pagine del libro. Le ragazze di Stoccolma si spostano sulle loro biciclette, straripanti di sensualità. In Svezia sono molte le ragazze madri: avere un marito non è necessario, perché lo stato offre sussidi ai nuovi nati fino ai diciotto anni di età. La religione è presente, ma è legata allo stare insieme: «c’è una forte chiusura di tipo protestante, che si lega però agli incontri pubblici che spesso sfociano in assemblee politiche e civili». Quello descritto da Genovese è un paese in fermento: frizzante d’estate, dove la vita all’aria aperta è un vero e proprio must, e affascinante d’inverno: «il clima è rigido e le giornate sono caratterizzate dalla lunga assenza della luce. Tutto riporta alla meditazione e al rigore».

I viaggi di Rino Genovese in Svezia hanno avuto inizio alla fine degli anni Novanta: «sono andato in vacanza a Stoccolma con alcuni amici e me ne sono subito innamorato. Sono tornato lì svariate volte, anche d’inverno». Al diario di viaggio si affianca un elemento fantastico: Rino incontra spesso uno strano individuo che sostiene di essere il diavolo in persona: «in realtà si tratta dell’alter ego del protagonista, che rappresenta il classico vitellone italiano sbarcato in Svezia solo per conquistare le ragazze del posto. È il lato oscuro del viaggiatore, il cui intento è ben diverso: incontrare a Stoccolma la donna giusta e instaurare con lei un rapporto duraturo. La vitalità delle fate svedesi lo mette in una posizione passiva. Nel libro c’è molto di me: avrei voluto abbandonare definitivamente l’Italia e trasferirmi a Stoccolma, ma sono vigliacco e incoerente, come tutti gli italiani».

Ciliegina sulla torta, il richiamo a due autori che hanno fatto la storia del cinema: Federico Fellini e Ingmar Bergman. Genovese li mette a confronto: «da una parte ci sono i personaggi felliniani – i playboy della riviera romagnola - dall’altra le donne forti del regista svedese. Mi riconosco nella concezione del mondo di Bergman, che porta alla luce il problema del rapporto uomo-donna».

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