Magazine Domenica 8 aprile 2001

L'odio (parte III)

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Marco era tutto non solo il contrario di Mattia, ma quella sera riusciva a essere anche il contrario di se stesso, o meglio del consueto se stesso, posato come solo un paragrafo sfuggito dalle pagine del Bon-ton può essere. Tutto quello che si poteva riconoscere della sua natura, nella frenetica attesa dell’estrazione del biglietto vincente, era l’assillante anelito al primato, la voglia di essere incondizionatamente primi, e primi schiacciando i secondi. Senza cattiveria, per l’amor del cielo. O forse, un pizzico di cattiveria c’era.

Mattia la invidiava, o la temeva. O temeva e invidiava il fatto di non possedere tale cifra, tale marchio, nel suo spirito; o, meno poeticamente, nel suo carattere incerto e ondivago.

Finché la pasta non rischiò di scuocere davvero, diventando colla, densa come l’attesa di ore fra balletti, comici e presentatrici in abito da sera. Diciamo la verità: non si può passare la vita facendo finta di non essere delle bestie. Non dico dei mostri, assolutamente. Semplici bestie, ecco tutto. Prendiamo le annunciatrici della tivù.

Sicuramente hanno qualcosa sotto il mezzobusto dei pochi pollici dello schermo che ingrassa sulle mensole o nelle cucine della gente comune. Prendiamo le annunciatrici tivù, così come se stessimo facendo un discorso fra stupidi uomini, al fresco di panchine e stelle ed estate, o magari come se stessimo ascoltando i ragionamenti di sedicenni inebetiti dal video.

Diciamo la verità, tutti hanno immaginato, prima o poi, che cosa si agita nei décolleté castigati e sotto il taglio netto della telecamera. Quali profumi, oltre la plastica ed il cerone, il trucco convenzionale. Chissà quanto spazio arioso doveva aprirsi fra le ampie gonne di leggero cotone, quanto si poteva spaziare e confondere, toccare, osare, mentre quelle, di sopra, annunciano, elencano, raccontano cosa ci tocca alle ventietrenta ed alle ventidueequaranta. Quale universo di neri incomprensibili e loro impassibili, a fare il loro lavoro. Quale piacevole tortura di mani e masturbazioni e dolci profanazioni, e loro ligie, ferme ed impettite, magari solo qualche parola che scivola e glissa nel tormento dannato e bello del piacere, mentre annunciano. Ventieventi, diecietrenta, toccare, quarantae… accarezzando al riparo di precisi palinsesti e poi, alla fine, quando la luce rossa sopra la telecamera si spegne, trascinare giù il mezzobusto incollato agli schermi e liberarli dall’imbarazzo e dai décolleté nei quali avidi fanciulli precipitano con la fantasia.
E, rigorosamente, godere. Signore e signori: buonasera.

Diciamo la verità, anche la valletta di Beppe Fraudo, santo presentatore onnipresente e clonato, non è mica male.
Marco non la vede nemmeno, Marco regge il biglietto fra le mani come l’unico filo che lo tiene ancorato alla vita.

Marco non l’avrebbe nemmeno notata, se non fosse per il fatto che al termine di piacevoli sculettamenti fino al tabellone illuminato dello Studio Nove di Milano si era andata a incollare quasi sulle gambe del notaio, garante della estrazione e di tutte le palle che sarebbero girate nello scroto metallico dell’urna.

Erano arrivate, dopo un tempo immenso, le ventidueeventi (e chissà come si era divertita la signorina buonasera in tutto questo tempo). Poi finalmente Beppe Fraudo annunciò, con la voce ormai roca, l’estrazione, anzi, Estrazione, con la «E» maiuscola, rito, liturgia e bestemmia.
Divina provvidenza. Primo, secondo e terzo numero, il quarto; il quinto, il sesto e dopo le lettere. Unodue senza appello. Amen. Venduto nella provincia di. Un minuto di silenzio, forse solo qualche attimo, giusto per dare il tempo ai più di coniare la migliore imprecazione e al solo Vincitore di regolare le coronarie.

Un solo interminabile ping-pong con le adenoidi, motori che si scaldano, muscoli tesi e menischi pronti a sbriciolarsi in cartilaginea debolezza. Alla fine, Marco schizzò in piedi sollevato dal suo stesso urlo.

Persino i vicini non ebbero più il coraggio di continuare i litigi durati per tutta la trasmissione.



Continua

di Donald Datti

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