Viaggi Magazine Venerdì 8 agosto 2008

Vi raccontiamo la Groenlandia

© Ottorino Tosti

Inizia oggi una nuova avventura su mentelocale.it. Ottorino Tosti, membro della spedizione Saxum 2008 in Groenladia, ci racconterà tutti i sabati ciò che ha visto nel corso di questo viaggio estremo. Oggi vi proponiamo la prima puntata del suo diario di bordo.
Saxum 2008 è l'unica spedizione italiana in Groenlandia nell'ambito delle iniziative dell'Anno Internazionale Polare 2007-2008. Ha ricevuto la Medaglia d'Argento della Presidenza della Repubblica. Tra i promotori la fondazione Ex-Plora Nunaat International e l'Istituto Geografico Polare S.Zavatti

Magazine - «Guarda Ottorino» - mi dice Marinelli, indicando il mare, giù in basso.
Siamo appena partiti dall'eliporto di Tasiilaq, la capitale della Groenlandia orientale (1200 abitanti, ma è il villaggio più grande di tutta la costa est, gli altri villaggi contano 100-120-130 abitanti) diretti verso Kulusuk, l'aereoporto da dove un bimotore in due ore di volo attraverserà l'Oceano Atlantico e ci porterà in Islanda, e così avrà termine la Spedizione Saxum 2008.
«Ecco» - dice ancora Marinelli - «abbiamo fatto bene a non prendere la barca».
Guardo in basso, il mare è completamente ghiacciato. Non lo era poco prima. Un tempo me ne sarei meravigliato, ma oggi, dopo aver vissuto venti giorni in Groenlandia e aver percepito qualcosa del mutevole clima groenlandese, non me ne stupisco più.
Ieri eravamo indecisi se attraversare i cinquanta chilometri di mare aperto che separano Tasiilak dall'isoletta dove sta il villaggio di Kulusuk con una barca a noleggio o con l'elicottero. Poi ci eravamo decisi, un po' per fare prima e un po' per il timore di rimanere chiusi dai ghiacci e non poter partire, a prendere l'elicottero.

E avevamo deciso bene. Qui in Groenlandia tutti gli spostamenti sono precari. Alle dieci di mattina si prenota la barca, poi il vento sospinge da quella parte gli iceberg e il pack, e a mezzogiorno il mare si chiude. Magari alle quattro del pomeriggio si riapre un passaggio, per richiudersi alle otto di sera.
Gli Inuit sono abilissimi a percepire il cambiamento dei venti. Quella è la loro terra. Lì vivono da migliaia di anni, e sono perfettamente adattati all'ambiente. Fiutano la presenza della foca ancora prima di vederla. Sanno quando i fiordi sono chiusi solo ascoltando il correre del vento e guardando la forma delle nuvole.
Ora siamo qui a Kulusuk, dove tutto venti giorni fa è iniziato, e io vorrei raccontarvi come è andata la Spedizione Saxum 2008 in Groenlandia, che è la prima esplorazione svolta in questa parte, remota e semisconosciuta, del Pianeta.

Nella sala d'attesa del minuscolo aereporto di Kukusuk, Nanuk, l'orso, ci guarda con indifferenza, e non dice una parola. Oramai lui non è più lì, ha abbandonato la sua pelliccia bianca e ispida che è stata inchiodata al muro per meravigliare i rari turisti che la toccano con circospezione, quasi dovesse arrabbiarsi, ed è scivolato via. Il suo spirito adesso è altrove. In un momento di transfert con l'universo animista in cui credono gli Inuit, qualche notte fa l'ho visto correre, solo e superbo, per le grandi distese ghiacciate dove avevamo posto il campo, e la fierezza con cui si muoveva non smentiva il suo soprannome di grande vagabondo selvaggio.

Oggi, 23 luglio 2008, attraversati gli ultimi 50 chilometri di mare completamente chiuso dal pack che separano l'Islanda dalle coste groenlandesi, siamo atterrati con un bimotore della Iceland Air sulla pista in terra battuta di Kulusuk.
In Islanda era estate. Qui siamo precipitati nel pieno dell'inverno. C'è vento, il cielo è grigio, la temperatura è di 2°, eppure è mezzogiorno, siamo in estate ed è una bella giornata.
Entrando nella sala d'attesa, la prima cosa che vediamo è Nanuk, l'orso bianco, che sta bello inchiodato contro una parete a fare bella mostra di sé ai turisti. In un angolo una famigliola inuit sta attendendo, come noi, l'elicottero per Tasiilaq. Chiedo alla madre il permesso di fotografarli. Mi faccio capire mostrando la macchina fotografica e facendo l'atto dello scattare. Qui con i gesti ci si capisce subito, gli Inuit sono molto spontanei, hanno una gestualità molto accentuata e semplice. Mi accorgo che è un un po' infastidita dalla richiesta, ma con un sorriso mi fa capire che sì, posso. La bambina è un po' ritrosa, si lascia fotografare, ma è vergognosa, nasconde la faccia alzando il collo della giacca a vento e mostrando solo gli occhi. Ha uno sguardo bellissimo. Tutti i bimbi inuit sono bellissimi, ma questa è un'altra storia.
È la storia di una popolazione forte e povera, che sopravvive di nulla ed ha un grande spirito.
È la storia di una terra aspra, battuta dal terrificante Piterak, il vento che soffia nella baia di Angmassalik, dove ora mi trovo, fino alla velocità di 200 Km/h distruggendo tutto durante il suo passaggio.
Sono queste le storie che vi racconterò.

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