Magazine Domenica 8 aprile 2001

L'odio (parte II)

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Dall’appartamento vicino giungevano i soliti rumori di colluttazione.

Non credi che sia il caso chiamare la polizia, Marco? Prima o poi succede un fattaccio, chiedeva Mattia. Di rimando il fratello rideva il suo mezzo ghigno satanico menefreghista espressivo e conciso riassumibile in un laconico «fattiloro», così, tutto attaccato: fattiloro.

Al più si sarebbe divisa la spesa fra i condomini per rimuovere le tracce di sangue dal pianerottolo, perché era chiaro che prima o poi uno di loro avrebbe preso l’iniziativa più seriamente, fino a rincorrere per la cucina e poi il salotto l’altro, o l’altra, esausto di nozze e anniversari in casa ed alla fine l’unica via di fuga sarebbe stata quella per le scale, ma difficilmente la preda le avrebbe raggiunte, visto che il pianerottolo constava di un corridoio lungo e stretto: chi scappa, confuso e terrorizzato, ciondola una fuga disordinata e sballottata fra una parete e l’altra, cade, si volta soffocando un “maseiimpazz…”, senza nemmeno riuscire a finire la frase, è logico, altroché.

Fattiloro. Anzi, strano che abbiano già smesso di litigare. Quei due si toccano solo per darsi dei gran ceffoni, te lo dico io…, ridacchiava Marco, in cucina, mefistofelico nel vapore della pentola per la pasta. Anzi, va un po’ a vedere fuori dalla porta e attento agli schizzi di sangue negli occhi! Mattia lo ignorava o rideva per finta. Spesso, ma non troppo convinto, si ripeteva, meccanicamente, «fattiloro». Poi il trambusto riprese e Mattia tirò un sospiro, classico, di sollievo. Poteva riconoscere distintamente i piatti di porcellana che si infrangono contro le pareti con clamore di schegge di ghiaccio; o il tonfo inesorabile della credenza sconquassata, a terra per l’ennesima volta. Legno bianco, legno bianco, per carità, robetta da poco. Ma pur sempre l’unica credenza che possedevano. E dire che si erano amati ed avevano amato anche quella credenza e quei piatti e con essi i bicchieri, le posate… E il letto? Forse l’avevano segato in due approssimative metà, o magari avevano tracciato una riga che dividesse territori e aree d’odio, come nel film di Douglas. Michael Douglas. Non c’è odio più profondo di chi si è tanto amato, forse perché ci si rende conto di essersi esposti, confidati a chi alla fine diventerà un estraneo, di avere esposto il ventre molle alla comprensione di chi adesso può rinfacciare, ricattare, ridicolizzare segreti e debolezze.

Sfogare cattiveria pura. È, in effetti, quel tipo di odio, un odio verso noi stessi. Un «accidenti-a-me-ed-alla-mia-boccaccia», un vergognarsi di se stessi per come sì è. Al buio.

E quando il trambusto finì, non fu un gorgoglio di sangue che ribolle in gola a porre la parola fine, ma una porta sbattuta col vento di due chiarissimi «vai a fare in culo», uno che la chiudeva (e giungeva dalla cucina, presumibilmente), un altro che la tirava (e rimbombava per le scale – come quelle dell’oratorio). Vedi, vedi che è meglio gridare in canonica, pensò Mattia, a quattordici anni, piuttosto che a casa propria, a quaranta.

Poi la signorina (o nonna) buonasera annunciò la trasmissione del prime-time del sabato e Marco ebbe un sussulto.
Il biglietto! gridò. Attento che la pasta non scuocia, prendi anche il tuo biglietto, svelto. Un fremito corse lungo la schiena di Mattia. Un fremito come quelli che si divertono a sciogliere le schiene prima delle partite dei Campionati Mondiali di Calcio, quando gioca l’Italia e non si sa se dopo novanta minuti si dirà «Ecco: la solita squadretta del cavolo», oppure «Lo sapevo che vincevamo, lo sapevo!», vittime di italiota ipocrisia.

Ma poi pensò che non era così sicuro di voler vincere il primo premio. Altro che la faccia di Pippo Baudo. Sui gettoni d’oro.



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di Donald Datti

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