Magazine Domenica 8 aprile 2001

L'odio (parte I)

Magazine - La Lotteria.

Il cielo sul quale quel giorno zoppicava verso sera era bellissimo e se il sole si era attardato a pisciare dietro una nuvola particolarmente densa, rendendo ancora più giallo l’orizzonte e gli occhi degli amanti abbracciati a guardarlo, se lo meritava, dopo il superlavoro di quelle ore. A questo pensava Mattia e a questo pensava pure Marco.

A questo pensava Mattia anche quando Marco ormai pensava che bello sarebbe stato vincere il primo premio della lotteria, altro che le solite centinaia di milioni da grattare e vincere nei tabacchini o i bar, fra il caffè e le sigarette. Altro che gettoni d’oro con la faccia di Pippo Baudo stampata sopra.

Mattia non avrebbe mai comprato il biglietto se suo fratello non avesse insistito. Avrebbe speso più volentieri quelle cinquemila lire in un qualsiasi altro modo, ma Marco gliele aveva quasi sfilate di mano. Chiunque vinca, aveva detto, chiunque vinca…non importa: si fa a metà, va bene? Eh, va bene? Va bene…, aveva farfugliato Mattia, salutando il biglietto verdognolo sgualcito, pensando soltanto di aver regalato quei soldi al Ministero delle Finanze. Ma altro che la faccia di Pippo Baudo, questa volta.

Intanto si faceva fatica a camminare, dalla calca che c’era in piazza, un groviglio di massaie in equilibrio fra gonne lise e marciapiedi e sacchetti di plastica tesi allo spasmo, spesa e superflui rifiuti da scaricare nel portone più vicino, sperando di ritrovare la strada di casa. Bisognava stare pure attenti ai venditori ambulanti o ai bambini che chiedevano l’elemosina, diceva Marco. Quelli, diceva Marco, quelli fanno tanta pena, ma conviene tenerli a distanza. Ti passano vicino e tac!, puoi dire addio al portafogli… quei piccoli bastardi! Aspetta che me ne capiti uno a tiro.

C’erano le massaie, c’erano i bambini sporchi in faccia, c’erano dei pensionati che soffocavano nella calca, c’erano gli autobus stracolmi e le obliteratrici fuse. Poi, alla fine, ci fu il civico numero venti e la porta di casa.
E quei piccoli bastardi non mi hanno fregato nemmeno questa volta, pensava Marco.

Mattia in fondo non sapeva se suo fratello fosse un misantropo, un razzista, una bestia o un dio che sapeva, lui sì, vivere, glissando attraverso le mille insidie dei giorni. Lui sì, fra le sue certezze ed i complimenti dei genitori, tutti per lui, perché non faceva mai nulla che fosse fuori posto, perché si era laureato con trent’anni di anticipo e soprattutto non perdeva tempo con la musica. Lui sì, lui sì certamente.

Allora, spesso, provava ad autoconvincersi di essere cattivo e pensava, non troppo convinto, che in fondo quello che conta è andare ai matrimoni altrui con la giacca e la cravatta e a sostenere gli esami all’Università coi capelli corti, ché poi, diciamo la verità, i capelli lunghi «fanno sporco», quasi come quei bambini che chiedono l’elemosina ai semafori.
Ché, in fondo in fondo ma non troppo, la musica va bene per quando si guida in macchina ma poi sono gli Ingegneri a mandare il mondo avanti.
Non i Litfiba.

Marco accese la tivù col telecomando, senza nemmeno guardare lo schermo, intimando di non cambiare canale. L’estrazione, l’estrazione del biglietto, l’estrazione del primo premio della lotteria, contava; tutto il resto poteva anche non esistere, quella sera, forse anche il diploma di laurea che pendeva impiccato nello studio.



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di Donald Datti

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