Magazine Lunedì 14 luglio 2008

La nuova terra di Jhumpa Lahiri

Magazine - Dopo l’opera d’esordio L’interprete dei malanni, (premio Pulitzer 2000) e L’Omonimo, romanzo da cui Mira Nair ha tratto ispirazione per il suo ultimo lungometraggio, Jhumpa Lahiri, scrittrice di origine bengalese che vive a New York, torna ai racconti con la raccolta Una nuova Terra. Nuova nel senso di insolita, a cui non si è abituati. Si tratta degli Stati Uniti, paese di adozione dell’autrice come dei protagonisti delle sue storie. Una terra che promette carriera e benessere ai giovani ricercatori universitari, dottori, avvocati e ingegneri indiani che lasciano casa e famiglia per costruirne un’altra oltreoceano con la propria sposa, rigorosamente indiana e rigorosamente scelta dai genitori.

Un destino comune che viene vissuto e raccontato nel libro dalla seconda generazione di emigrati: i figli nati in America che coltivano dentro sé il senso di colpa di essere americani, di avere una moglie o un marito americani, di crescere i propri figli come americani.
È il caso di Ruma che nello sguardo triste del padre riconosce le sue origini indiane negate, si vergogna di non riuscire a preparare un vero pasto tradizionale, come faceva la madre, (mettendo sulla tavola il cibo in scatola made in USA) e di avere difficoltà ad esprimersi in bengalese.
Nel conflitto tra genitori indiani e figli naturalizzati americani si crea una ferita che, a volte, il rigore della tradizione non permette di rimarginare, come per Rahul, che fugge dalla famiglia senza lasciare traccia come Alex Supertramp di Into the Wild, ma che, in altri casi, trova rimedio, come per Usha e sua madre che aveva imparato a riconoscere che oltre a essere sua figlia, ero anche figlia dell’America.

Questa generazione di mezzo avverte il disorientamento di non possedere radici solide e la consapevolezza di dovere lottare su due fronti: contro i genitori che vogliono a tutti i costi mantenerli incatenati a usi e costumi ai quali essi non sentono di appartenere e contro la diffidenza degli americani che li considerano stranieri. All’Università era l’unico studente di origini indiane, e tutti presumevano sempre che fosse nato e cresciuto in India, anziché nel Massachusetts. Elogiavano il suo accento, e non mancavano mai di fargli i complimenti per il suo inglese.

Tante sono le contraddizioni che affiorano, prima fra tutte quella del colore della pelle e dei tratti somatici che palesano al mondo esterno un'identità bengalese in cui essi non si riconoscono. E poi la visione che i loro genitori hanno dell’America, da un lato come nuovo Eldorado (Ritenevano i figli immuni dalle miserie e dalle ingiustizie che si erano lasciati alle spalle in India, quasi le vaccinazioni infantili fatte dal pediatra a Sudha e Rahul potessero garantire loro una vita libera dalla sofferenza), dall’altro come luogo di corruzione morale da cui tenersi a debita distanza; o come il loro giudicare qualunque partner non indiano dei propri figli inadeguato, mostrando tuttavia tolleranza nel caso in cui il pretendente in questione sia inglese e non americano, beva tè invece del caffè e, meglio ancora, gli sia casualmente capitato di nascere in India.

Distinzioni che perdono di peso quando poi il destino gioca a mischiare le carte, facendo sì che uno nasca in India ma da genitori inglesi, oppure sia di origine indiana ma sia nato e cresciuto negli Stati uniti.
Alla tematica specificamente identitaria si intreccia poi il tema, da sempre caro alla Lahiri, della complessità dei rapporti umani: l’amore non corrisposto, la crisi di coppia, il dolore della perdita, il tradimento affiorano con delicatezza e insieme con ferocia. In poche decine di pagine per racconto, la Lahiri riesce a dare respiro e compiutezza ai conflitti e alle passioni che muovono il cuore umano.

di Marianna Norese

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