Magazine Sabato 28 giugno 2008

De Beauvoir: un femminismo difficile

Nel centenario della nascita di Simone de Beauvoir (1908-1986), molti libri e manifestazioni si sono susseguiti. Nell’opera di Danièle Sallenave (Castor de guerre, Paris, Gallimard, 2008, pp. 604) si affronta tutta l’opera della scrittrice francese per ricostruirne una biografia parallela rispetto ad altre già note, che sfrutti opere creative oltre che dati storici, per delineare un nuovo profilo della complessa figura. L’autrice studia innanzi tutto i libri di memorie, per conquistare una propria, nuova memoria di un’opera e d’una vita: “Le Memorie non sono né una cronaca né un archivio: sono un racconto orientato. Che risponde all’intenzione, evidente o celata, di scoprire una necessità dietro la serie di avvenimenti soggetti all’arbitrario della nascita, degli incontri, degli amori”(p. 37).

Percorre gli scritti autobiografici dell’autrice di Le deuxième sexe (1949), di La Force de l’âge (1960) e di La Force des choses (1963), verificando e recuperando dimensioni non esplicitate, in una vita altrimenti indirizzata a senso unico. L’opera intera è studiata per renderne più intelligibile l’avventura personale, artistica e intellettuale. “È così che ho proceduto. Ho seguito lo svolgersi delle Memorie senza sottomettermi ad esse […]. Sottrarle a quel posto privilegiato che l’autrice ha voluto attribuivi; imponendo delle pause a mio piacimento, spezzandone il ritmo implacabile per concedermi il tempo di volgermi ad altre opere del Castor, lettere, romanzi o saggi” (pp. 18-19).

Il titolo del libro stabilisce un angolo visuale particolare. L’appellativo “Castor” fu forgiato da René Maheu, amico studente di Simone; “de guerre”, è scelto dalla protagonista per connotare la propria condotta bellicosa, precocemente assunta. “Tutta la sua opera porta il sigillo di quella grande lotta: conquistare la necessità rispetto la contingenza”(p. 13). Dopo gli scritti del promettente esordio, L’Invitée (1943), Tous les hommes sont mortels (1946) e il romanzo di successo Les Mandarins (1954), Simone inizia gli scritti autobiografici con Mémoires d’une jeune fille rangée nel 1956. È appunto dallo scarto fra le opere dichiaratamente autobiografiche e quelle più inventive che procede Sallenave, eludendo i segnali più evidenti, poiché “le Memorie sono una costruzione forte, orientata, soggetta al controllo d’un pensiero costante” (p. 49). Un’analogia si rintraccia con Marguerite Yourcenar, come denunciato da Josyane Savigneau sua prima biografa in L’invention d’une vie (1990). Ma l’autrice di Memorie di Adriano e di L’Opera al nero giunse alla distruzione di lettere e documenti (come attestano le Lettere, uscite nel 1995 e nel 2004) e a rinviare al 2037 il consenso alla pubblicazione di atti ulteriori. Simone de Beauvoir si mostrò invece soprattutto impegnata a “costruire”, da viva, un’immagine coincidente col disegno ideale di sé.

Il discorso di Sallenave segue l’ordine cronologico, ma con frequenti ritorni al passato, flash-back che servono a reperire e avvalorare influenze anche molto lontane. La personalità di Simone de Beauvoir è considerata nel suo divenire incessante. Lo scontro tra la sua volontà e il destino, produce un attrito che determina buona parte della sua vita creativa. La reazione ai condizionamenti dell’ambiente appare dai primi scritti. Una costante “passione dell’assoluto” (p. 41), emersa spiccata in La Force des choses, si collega alla domanda: “Come si diventa se stessi?”, a cui già Simone tentava di rispondere giovanissima, assumendone coscienza e responsabilità nei primi appunti. Leggendo i Cahiers de jeunesse 1926-1930 (pubblicati da Gallimard nel marzo 2008), la curatrice Sylvie Le Bon Beauvoir infatti rileva: “Quando comincia a scriverli, nel 1926, la loro redattrice ha diciott’anni e Simone de Beauvoir, colei che diventerà celebre, non esiste […]. È raro assistere dal vivo a una simile invenzione di sé […]. Quando voltiamo l’ultima pagina, nel 1930, un nuovo essere esiste”.
All’incontro con Jean-Paul Sartre, nel 1929, è dato opportunamente gran risalto. I due personaggi sono accompagnati nel loro cammino, seguiti sia nelle separazioni e nei malintesi, sia nei momenti di fusione più armoniosa. Il loro rapporto non appare esclusivo, come è risultato da una divulgazione superficiale: si riconosce comunque privilegiato. Il primo periodo impone lontananze, a causa dell’insegnamento: lui a Le Havre, poi a Berlino; lei a Marsiglia e a Rouen.

È come se fra loro s’ingaggiasse un match, basato su un patto: “La sua attrazione per Sartre è polarizzata da due centri contraddittori: lui è intellettualmente, nel senso forte della parola, il solo interlocutore possibile; al tempo stesso, s’instaurano fra loro dei ‘giochi’ che la turbano profondamente senza soddisfarla”(p. 99). La biografa osserva e confronta i ricorrenti “trii” o doppie coppie, negli scambi e negli incroci caratteristici della vita sentimentale delle due personalità. Si comprende che anche l’intesa con Sartre fa parte di un progetto, contempera i rapporti che l’uomo intrattiene con altre donne; con la famiglia che si compone d’amici e frequentazioni a vari livelli e implicazioni. Tanto che Simone, nella fedeltà al suo progetto iniziale trova materia viva, capace di “produrre un’opera”.

Accolto l’epiteto del titolo come rappresentativo d’una personalità e di una condotta, l’autrice legge il Journal de guerre 1939-1940 (uscito nel 1990) come fonte informativa e bilancio importante. Intanto, Simone gestisce il suo “piccolo harem di donne” e prende atto della sua bisessualità, di cui parla ai due a cui è più legata al momento, Sartre e Bost. Fra le motivazioni, “il desiderio fisico, la soddisfazione di sentirsi la maggiore che suscita ammirazione e imitazione” (p. 211). Poi, in Le Deuxième Sexe s’evidenzia come “il pensiero vi agisca da macchina di guerra”, con le influenze sull’ideologia che feconderà il diffuso e in parte noto dibattito sul femminismo. Così Sallenave s’addentra coraggiosamente, ma a proprio agio, nell’intimità della donna e dell’analista della condizione femminile. La storia delle idee di mezzo secolo, compreso il diffondersi della moda dell’esistenzialismo, appare allora attraversata e valutata, lungo i numerosi viaggi della protagonista in URSS e in Cina, in USA e in Italia e a Cuba.

Nell’esame della lingua letteraria del Castor emerge la qualità d’una scrittrice che sacrifica la bellezza alla comunicazione. “Suo disegno entrare nell’immediatezza di un contatto appassionato col lettore, pubblico invisibile ma sempre presente. Offrirgli il mondo da capire, svelarlo per lui” (p. 483). Le leggi della costruzione letteraria guidano ricordi e riflessioni in “ellissi e sviluppi prolungati, salti indietro e anticipazioni. Il racconto d’una vita non nasconde né mostra: esso indica, designa” (p. 136).
Per moventi misteriosi, ma coerenti alla vocazione di indipendenza intransigente, Simone “riconosce” la studentessa Sylvie Le Bon; la sente affine e la accoglie, facendola figlia adottiva nel 1981. La Cérémonie des adieux (1981) è “ultima lotta del Castor per il suo compagno di sempre”, di cui intende serbare un’immagine non offuscata dalla decadenza fisica. Più oltre, alla fine, il suo sforzo ripiega in sopravvivenza. Riassumendo in poche parole, conclude Sallenave: “La sua vita costituisce il successo assoluto di ciò che lei stessa s’era prefissa quale scopo assoluto”(p. 593).
L’anniversario ha visto anche l’uscita di “Les Temps Modernes”, il cui primo numero del 2008 pubblica La transmission Beauvoir, testimonianza di come e quanto la trasmissione sia avvenuta, “come sia riuscita al Castor l’impresa prodigiosa di essere insieme una teorica, una fondatrice, un esempio di vita sororale e complice, una proposta esistenziale spoglia d’ogni pedanteria o superiorità”.
di Gianni Poli

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