Magazine Venerdì 20 giugno 2008

Il Novecento secondo Giuseppe Favati

Magazine - Ghita, figlia unica, possiede due case (ereditate) e fa l’infermiera. Hiram, suo marito (padre dei suoi tre figli, Memo, Ludovica detta Chicca e Galliano), è malato e morirà.
«Quando io, Ghita, ho deciso di raccontare una storia (non la, una) della mia vita, subordinata inevitabilmente a esistenze altrui […]. Quando ho deciso di raccontare una storia della mia vita non è stato per esibirmi come scrittrice, ma per lasciare una traccia, più vera di altre pur vere e probabili, questo sì» (p. 123), trae così il suo bilancio la protagonista. E come rapsodia di ricordi, anche autobiografici, finti o veramente trasformati dalla fantasia, s’avviava il romanzo, un libro dall’inizio composto di singolarità; non coralmente all’unisono, ma di voci discordanti; polifonia, accordata soltanto alla scrittura cangiante, spigolosa e maliziosa dell’autore.

Memo, sensibile all’impegno politico da giovanissimo, ne viene poi disgustato e stornato dalle malefatte dei compagni; appassionato di teatro fino a organizzare compagnie e recite in ambiente ostile e rozzo, sperimenta il lato venale della sedicente Arte della scena, in un’Italia fascista e post.
Chicca, staffetta partigiana nella Resistenza, studia filosofia (ma per vivere farà la modella all’Accademia di belle arti): un capitolo della sua Tesi, La revisione neokantiana del marxismo, è inserito nel racconto (segnale degli studi dell’autore?).
Galliano ci narra di come in cerca di lavoro, trovi prima l’amore, metta incinta la sua generosa ragazza, la faccia abortire e la lasci, per sposare un’altra, Adele (agnostica lei, diventa buddista lui). Come poi incontri il lavoro, presso campi profughi, lontani come lontana è la Scozia in cui abita.

Sono figure sorte da una fantastica entità toscana; radicate nel suo fondo da lingua e vezzi comportamentali. Il nucleo familiare d’origine, appena espanso nelle tre discendenze, fa in tempo a prolungarsi nella decisione della Madre vedova: vendute le proprietà, distribuiti i proventi agli eredi, s’accinge in fine a godersi la libertà nuova. La mater certa matura in mater certamente libera e parte, per viaggi di scoperta di «tempo e comunità […] che prima non avevo saputo neppure immaginare» (p. 125).

Questa terza prova narrativa di Giuseppe Favati è importante poiché il suo sperimentalismo, strutturale e linguistico, proveniente dalla neo-avanguardia degli anni Sessanta, ha attraversato (davvero culturalmente) il secondo mezzo Novecento. Con Mater certa (Firenze, Il Ponte Editore, 2007, pp. 128, 10 Eu) Favati continua l’avventura della rivista fiorentina Il Ponte, nata nel 1947, di cui è condirettore e redattore e insiste nel comunicare un’esperienza letteraria di valore unico: dalla poesia alla saggistica; dalla drammaturgia al romanzo, appunto, che annovera i precedenti Villandorme e Cartacanta (2002) e Per esempio, con la coda dell’occhio (2005).
Di quei testi, Mater certa conserva l’ironia e il pudore (fra narcisismo e dono, osserva Bruno Stagnitto).
Con la curiosità e la provocazione sue tipiche, lo scrittore ottuagenario sprigiona gioia e insinua disagio, consci del proprio tempo e dell’età, in una sorta di ribellione altamente civile, dall’appassionata partecipazione emotiva. Sia negli amori sia nei compromessi quotidiani, l’eros dei suoi personaggi è incontenibile energia motrice e creatrice, sicché per questi resoconti (o ritratti) integrati di lettere o di pensieri, i critici richiamano Bataille e Sade. Ma i referenti possono partire da Carlo Emilio Gadda, o da Italo Svevo e approdare a Raymond Queneau, che Favati ama e non ha bisogno di imitare, pure nell’uso dei calembours e delle forme neologisticamente più ambigue e intriganti. Un libro di avventure, certo impegnativo, in quanto la ventura umana vi è narrata come vicenda di linguaggio in (tras)formazione.

Un volume limitrofo esce in contemporanea: una raccolta di dodici saggi di altrettanti critici (Ubbidire alla libertà, Firenze, Polistampa, 2007, pp. 96, 8 Eu), dedicata a vari aspetti dell’arte dello scrittore. Un omaggio che nella completezza dell’indagine e l’acutezza e la profondità dei sondaggi, onora gli esegeti, illustrando le qualità più originali dell’illustre Fiorentino.

di Gianni Poli

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