Magazine Martedì 17 giugno 2008

Due chiacchiere con Antonella Negretti

Magazine - Me la immagino passeggiare per i cortili della Elsag, tra una lezione e l’altra, testa bassa, guardandosi intorno, cercando qualche oggetto abbandonato, un bullone, una guaina, una rondella o chissà che altro. È cominciata più o meno così. Davvero.
Incontro Antonella una mattina, è insieme alla sua amica Laura, ci sediamo al caffè City, in via Garibaldi, finalmente ha smesso di piovere ed è uscito un bel sole.
Ci conosciamo da un anno, più o meno, e sono stata io a proporle di parlare un po’, di rispondere a qualche mia domanda. Quando l’ho conosciuta per me era soltanto quella ragazza gentile e sorridente dai capelli rossi, dopo un po’ è diventata la duttile e creativa ideatrice di quelle strane e originali collane, meglio dire girocollo, che vedo in giro sempre più spesso. Io ne ho ben due, due regali preziosi, due pezzi unici, come tutte le sue creazioni.

Antonella Negretti è nata in America, è insegnante di inglese e traduttrice, e nel suo tempo libero, tra le tante cose che fa, vi assicuro moltissime, ha cominciato a confezionare questi particolari girocolli da un paio di anni, tutti creati con materiali di riciclo, guaine, guarnizioni, tubi d’aria compressa e poi fermatubi, fascette elettriche per tenere insieme i pezzi, con alla base, tappetini di gomma riciclabile e tovagliette.
«Tutto è partito dai materiali, guardavo le cose che si buttano, certi oggetti mi affascinavano, nei pressi dell’Elsag ne trovavo moltissimi, mi interessava di tutto, alcune cose mi colpivano e stimolavano la mia fantasia. E poi c’era il mio amore per il caucciù e la gomma e per l’antica bigiotteria, quella che di solito non si usa più, che si lascia nei cassetti. Ho iniziato a comparare anche dei materiali, alcuni sono un po’ cari, altri li trovo usati nei mercatini, ma il risultato mi ripaga di tutto». Me lo racconta bevendo il suo caffè, servito con due cubetti di ghiaccio a parte, che lei fa scendere nella tazzina. «Questa non è una mia invenzione», mi spiega quando glielo chiedo, «lo fanno in Spagna, dove fa molto caldo, il caffè con 'helo', il ghiaccio si scioglie a poco a poco e tu lo bevi sempre fresco».
La Spagna, mi spiega, è un’altra delle sue passioni, è la terra dove vive sua figlia. Lì le sue collane sono state subito apprezzate. «Ne ho vendute un po’ a Barcellona», mi racconta.
E non ci sono solo le collane. La produzione è partita con delle borse, per la verità. Non le ho mai viste, le dico. Vieni, mi fa lei, andiamo a casa mia, è a due passi, ti faccio vedere tutto.

Abita in vico del Duca, con suo marito Giorgio, e con i loro gatti e un cagnolino. A due passi dal suo portone c’è una vetrina della Libreria Antiquaria Borgo Lungo, tutta dedicata alle sue creazioni, il proprietario è un suo fan, se passate da via Garibaldi ricordatevi di fermarvi e guardare.
Saliamo in casa e appena entro ammutolisco, rimango affascinata e rapita come una bambina entrata nel paese delle meraviglie. La sua casa è semplicemente unica, una vera maison d’artiste, perché è vero, mi ricorda un paio di case di artisti che vivono a Parigi. Piena di cose, di oggetti straordinari e affascinanti che raccontano storie, e lampade, sculture e tavolini e oggetti anche creati dalle sue mani. «Guarda, questo l’ha fatto mia figlia», mi dice.
Continuo a girare per la casa, con lei che mi fa da guida, la sua casa non è tutta su un piano, ci sono scale, in un saliscendi continuo e pieno di sorprese, ogni stanza è particolare, con i giochi di luce, i mobili, i quadri, la musica e poi i libri, le pareti fasciate da centinaia di volumi, Antonella e Giorgio sono due lettori attenti. E in alto, la terrazza sui tetti di Genova, un posto meraviglioso, specie per il gatto che si stende sul tavolo al sole. In una casa così i gatti non possono mancare, penso.

Squilla il telefono, scendiamo di nuovo di sotto, è Giorgio. Antonella me lo passa, «Hai visto? La nostra casa è proprio come lei, e se torni tra un mese la troverai cambiata, una stanza al posto dell’altra, tutto in movimento, non ci si annoia mai», mi dice ridendo.
Finalmente vedo il suo studio, le borse, e le collane, tutte curate nei particolari, non ce n’è una uguale all’altra. «Lavoro soprattutto la notte», mi spiega Antonella, «di giorno faccio lezione e poi ci sono le traduzioni. Di notte invece c’è calma e silenzio, mi metto qui con la mia musica, con il gatto che mi tiene compagnia e lavoro».
Poi ci sediamo in sala per due chiacchiere. Vedo affisse al muro alcune targhe di ringraziamento della città di Mostar, dei disegni di bambini e le chiedo di spiegarmi. E scopro una storia dolorosa e meravigliosa insieme.
Antonella nicchia, ma è Laura, la sua amica, a parlare. Scopro che Antonella è stata la promotrice del Comitato di accoglienza dei bambini di Mostar insieme ad altre persone e che dal ’93 al ’97, per quattro anni, lei e Giorgio sono partiti, ogni week end, per andare in Bosnia, partendo il venerdì sera dopo il lavoro e rientrando la domenica notte con il traghetto per Ancona.

«Io in guerra non c’ero mai stata. La prima notte in mezzo alle granate non la dimenticherò mai, ma è stata l’esperienza più grande della mia vita, quella che mi ha fatto crescere e capire tante cose», mi racconta Antonella.
Per tutti gli anni della guerra lei, Giorgio e altri hanno lavorato sempre per portare ai bambini di Mostar l’essenziale e dopo per offrire loro anche un po’ di normalità. È cominciata con una colletta all’Elsag, poi fu la volta di un’asta di beneficenza sulla nave Italia, battuta da Fabio Fazio, e poi molte altre cose sono state fatte, specialmente in quella parte di Mostar, la parte Est, che riceveva meno aiuti ufficiali. È stato messo in piedi e gestito un ambulatorio pediatrico. Mancava un anestesista e Antonella ha chiesto al professor Henriquet (che tutti conosciamo per l’associazione Gigi Ghirotti) di andare per qualche giorno a tamponare l’emergenza. In realtà Henriquet ci rimase per oltre due mesi.
«A un certo punto abbiamo capito che stava diventando una cosa più grande di noi, che non ci si poteva fermare lì».

E allora ecco che arrivano a Genova ben ottocento bambini, nel corso degli anni, che per due mesi vanno a scuola senza paura, perché in guerra andare a scuola può essere assai pericoloso. Arrivano in gruppi con le loro maestre e restano per circa due mesi. Il Comitato si dà da fare, si cercano le famiglie e scuole per ospitare alunni e maestre, e la città risponde. «Genova ha aderito con generosità e ha sostenuto tutte le nostre iniziative», mi spiega Antonella con una punta di orgoglio. Le scuole, tra le altre la Daneo, l’Elementare di Teglia e una della Valpolcevera, mettono a disposizione le classi, mentre Silvio Ferrari tiene delle lezioni di lingua alle famiglie che ospiteranno i bambini. Antonella ne ha avuti in casa sette, per un periodo. «Alcuni li sento ancora, adesso sono diventati grandi», mi dice. Mi racconta alcune delle loro storie, anche quella di qualcuno che ora non c’è più.
Esco da casa sua un po’ ubriaca e commossa, di cosa scriverò, mi domando, delle sue originali creazioni o della sua esperienza a Mostar? E così scrivo di tutte e due.
Progetti futuri? Portare a Genova una interessante mostra sui manifesti artistici del maggio '68 a Parigi e a Torino.
Ma non diciamo di più.
Così, per scaramanzia.

Se volete contattare Antonella, il suo indirizzo è antonella.negretti@gmail.com

di Claudia Priano

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