Magazine Lunedì 9 giugno 2008

Le ragazzacce di Susanna Moore

Il titolo italiano e la collocazione in libreria vicino alle storie di Candace Bushnell, autrice del libro da cui è tratta la serie tv (oggi anche lungometraggio) Sex & the City , può trarre in inganno. Le Ragazzacce di Susanna Moore non hanno niente a che spartire con i personaggi patinati e irriverenti della letteratura rosa. Le big girls sono le ospiti dell’istituto penitenziario femminile di Sloatsburg, New York City, un luogo che ha la ferocia di una giungla, dove vige la legge del più forte.

La storia prende vita attraverso le voci di Helen, detenuta psichiatrica, di Louise, la dottoressa che l’ha in cura, di Ike, capitano delle guardie carcerarie e di Angie, giovane attrice tossicodipendente di Los Angeles.
Le soggettive dei quattri personaggi si alternano intrecciando i propri destini. Sono quattro voci distanti e discordanti, il cui unico comune denominatore è la sincerità brutale e liberatoria con cui mettono insieme i propri pensieri, come se ognuno di loro mettesse a nudo il proprio lato oscuro in un diario segreto. Non ci sono giri di parole. Quello che succede nelle stanze fredde del penitenziario o nell’appartamento di Louise quando torna a casa dal lavoro o ai droga-party nelle ville di Hollywood viene riportato con la stessa spietatezza di una macchina da presa. Nessun dettaglio viene risparmiato.

Lo sguardo disilluso e disarmato dei quattro protagonisti porta a galla l’immagine di un’umanità fatta a pezzi, in cui la linea di demarcazione tra la vittima e il suo carnefice viene cancellata. In cui la miseria della condizione umana livella le distinzioni e le gerarchie.
Il mondo che vive dietro le mura del carcere è un mondo capovolto, come l’inferno dantesco, in cui la violenza è il motore attorno a cui gravitano, allo stesso modo, le vite delle guardie e delle detenute. In cui si compie, ogni giorno, l’ineluttabilità della dinamica per cui chi subisce violenza a sua volta la infligge, in cui la schiavitù psicologica delle vittime si tinge di risvolti inquietanti quando queste iniziano a desiderare di piacere a chi abusa di loro.

La realtà, dura come un macigno, diventa sopportabile nell’ironia amara con cui le tre donne e il capitano cercano di sdrammatizzare la loro condizione. Mi trovo nella curiosa posizione di chi cerca di restituire a una povera anima il pieno possesso delle sue facoltà mentali perché lo stato possa ucciderla con la coscienza pulita. Sono le parole di Louise mentre riflette sulla sua professione.
La tentazione, dietro le sbarre come per le strade di New York, è quella di abdicare ai rapporti umani, secondo l’esperienza di Helen, per cui le persone che nella vita mi hanno fatto più male sono quelle che hanno detto di volermi bene più di tutti.
Qualcuno riesce a non cedere alla tentazione, qualcun altro no.
di Marianna Norese

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