Magazine Mercoledì 4 giugno 2008

Kafka: la Metamorfosi diventa un fumetto

© Peter Kuper

Magazine - Non nero su bianco ma bianco su nero. Con questa semplice inversione Peter Kuper ci propone la sua versione de La metamorfosi di Franz Kakfa come uscisse da uno schermo nero. E come spesso accade con le migliori Graphic Novel - che finalmente cominciano a farsi largo anche nell’editoria italiana - si è trasferiti dalla staticità della pagina all’animazione da film muto. A contribuire a questa dinamicità della narrazione per tavole successive il continuo cambio di prospettiva, di dimensione del riquadro, e strategie mobili e eterogenee per i bordi. Persino le forme dei baloon generano significato e muovono l’equilibrio delle vignette essendo tagliati (nella bordatura) diversamente a seconda del carattere e dei toni espressivi dei personaggi più o meno timorosi (la madre), angosciati (Gregor), imperiosi (il padre), pragmatici (Grete, la sorella di Gregor).

Per Gregor Samsa, presentato fin dalla prima tavola nella versione scarafaggio, Kuper ha optato prevalentemente per una graffiatura della china così che tutto sia avvolto in e intriso di un nero netto e coprente asfissiante e claustrofobico come la disumana corazza che riveste Gregor rendendolo alieno e disgustoso alla vista. Ma non è solo lo scarafaggio, come appunto Kafka stesso mostra nel suo testo, a trasmettere cupezza e oppressione: qui Kuper ha il vantaggio di poter trasformare il motif in un tratto ossessivo per il minimo dettaglio così che ogni tavola sia densisssima di segni, ingombrata. È claustrofobica la famiglia di Gregor, il suo ambiente lavorativo (dove padre e padrone si somigliano anche troppo), la società stessa con i suoi ritmi frenetici, fatti di lancette che corrono e orari da rispettare. Una parabola sulla disumanizzazione dell’esistenza che non tramonta mai questa kafkiana, anzi più il tempo passa più questo testo aderisce spaventosamente alla realtà. Chissà quale insetto ci toccherà in sorte?

Lo smarrimento e la paura, la posizione di impotenza che la nuova natura di Gregor implica è ben espressa dagli occhi vuoti e bianchi non solo dello scarafaggio Gregor, ma anche della sua immagine di commesso viaggiatore, ancora in giacca e cravatta sempre trafelato, e non da ultimo della madre e della sorella. Solo la testa di Gregor, pur con una certa astrattezza, corre lungo linee antropomorfe agganciate a un corpo decisamente da insetto. Non subisce la stessa deformazione la figura del padre, a cui Kuper dedica occhi, ma soprattutto molta più attenzione con dettagli caricaturali (denti enormi sempre in mostra, barba non fatta, mento pronunciato, sopracciglia molto folte, naso tondo e grande) un po’ da orco, che perderà nel finale - liberatorio in tutti i sensi - nella passeggiata all’aria aperta, di primavera, dopo la morte dello scarafaggio.

Suddiviso in tre atti questo adattamento che si fa guardare come il cinema ma è godibile spesso anche come fosse una pièce teatrale visto che due sono i principali ambienti in scena (la stanza di Gregor e la sala da pranzo), e riesce a farsi leggere anche recuperando stilemi tipici del genere fumettistico con i ricorrenti e familiari “SLAM”, “AUGHHH!”, “CLICK, CREAK, CRINKLE, FLOP” che oltretutto ci portano dentro la dimensione sonora della parola, e per qualcuno evocano la sigla dei celebri Fumetti in Tv.

A proposito per la versione originale americana, l'aspetto prettamente cinematografico di questo lavoro è stato esaltato da un corto d'animazione efficacissimo anche grazie alla scelta di una tormentosa musica di fondo (clicca qui per vedere il filmato).

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