Magazine Martedì 3 giugno 2008

Razzismo. Una mail per riflettere

Magazine - Giorni fa ho ricevuto una mail da un'amica, da una nostra amica del blog, e la pubblico integralmente (dopo aver chiesto il suo consenso), omettendo il suo cognome e quello del paese dove ha trascorso parecchie settimane, per motivi di riservatezza.
Lo stesso intervento è stato pubblicato su www.gufosaggio.blogspot.com.

Carissimi tutti, eccomi rientrata a Genova, spero definitivamente, dopo una lunga trasferta (per lavoro), nel nord-est. Molte volte avrei avuto voglia di raccontarvi questo strano viaggio, pieno di esperienze diverse, ma, non ci crederete, io che trovo il modo di scrivervi dalla Cina, dall'India, da Israele, non ho potuto usare internet nel nostro avanzatissimo nord-est. Infatti dal lavoro non ho accesso, negli alberghi puoi usare solo il tuo computer, che io non avevo, gli internet point sono solo in città. Ora che sono tornata e sto rivedendo i miei pensieri voglio rendervi partecipi. Ho scoperto, in un crescendo di piccole cose, quanto siamo fortunati a stare a Genova. Una delle cose che mi ha colpito nei primi giorni e mi ha dato un senso di disagio durante tutta la mia permanenza è la non integrazione degli stranieri. Al mio primo arrivo a Padova (le 23 di giovedì 6 marzo) ho trovato la zona della stazione praticamente deserta. Le persone che ho incontrato, albanesi, romeni e un russo, mi hanno dato indicazioni per raggiungere XXXXX con una gentilezza e una disponibilità immediata. Parlando del mio arrivo ai colleghi, mi sono sentita dire che mi era andata bene: nessuno mi aveva assalita o derubata. La gente perbene che abita nella zona stazione si barrica in casa alle 8 di sera e protesta, attraverso i giornali, perché, secondo l'opinione comune, non può uscire, vista la cattiva frequentazione della zona. A XXXX, una cittadina fra Padova e Venezia dove tutti si conoscono e dove, dopo qualche giorno, tutti sapevano chi ero e cosa facevo, ho assistito diverse volte al passaggio, sullo stesso marciapiede, di un veneto e di uno straniero. È come se ci fosse un muro di vetro, o di gomma: non si salutano, e, entrambi con gli occhi bassi, proseguono per la loro strada. La vecchietta, che in giorno di mercato incontra la sua colf, non la guarda e non la saluta. Quando, in una pausa sigaretta, mi è capitato di salutare una coppia madre e figlia che dal foulard sulla testa erano chiaramente arabe, mi sono trovata sommersa da sorrisi e gentilezze espresse con un lungo discorso in arabo di cui ho capito solo una piccola parte, e mi sono fatta due amiche. Una cliente ha avuto modo di spiegarmi la sua grande fortuna, nell'aver potuto vendere il suo appartamento dopo che una coppia di nigeriani aveva preso in affitto il piano di sopra. Ha acquistato, per andarci a vivere, una casa unifamiliare, così non avrà problemi di deprezzamento perché ci arrivano gli stranieri. Almeno, in questa nostra vecchia città, che non ha risorse economiche o di lavoro, ci si saluta in base al fatto di conoscersi, indipendentemente dalla razza. Che bello essere genovese.
Claudia D.

Claudia D., che ringrazio moltissimo, ha descritto con lucidità e efficacia la presenza radicata di un sentimento xenofobo e di paura, legato a una profonda ignoranza, diffuso ormai quasi dappertutto, non solo nel nord-est.
Una parte di questa nostra triste Italia si sente ora più che mai legittimata e autorizzata a questa folle caccia alle streghe, da un governo che ha deciso di puntare tutto sul tema della sicurezza (tolleranza zero), e da sponde concrete fasciste o neo fasciste, chiamatele come vi pare, che hanno sempre abitato il nostro paese.
Zygmunt Bauman, nel suo bellissimo libro Paura Liquida, edito da Laterza, spiega come lo Stato, quando non può dimostrare ai cittadini di poterli difendere dalle minacce della propria esistenza e dai mercati che si globalizzano rapidamente, "è costretto a spostare l'accento della protezione della paura dai pericoli per la sicurezza sociale a quelli per l'incolumità personale. In tal modo lo Stato sussidiarizza la battaglia contro le paure abbassandola alla sfera della politica della vita, gestita e condotta dagli individui, e al tempo stesso appalta ai mercati dei consumi la fornitura delle armi per combatterla".

L'importante è che la percezione del pericolo sia sostenuta dai media e dai rappresentanti della politica, attraverso un processo strategico che Alessandro Dal Lago definisce tautologia della paura, in Non-persone edito da Feltrinelli. Nel suo saggio Dal Lago spiega quali sono i meccanismi e i fattori perché una definizione allarmistica possa diventare sentore di pericolo oggettivo. Il ripetere ridondante di riti accusatori, la scelta delle notizie e il modo in cui darle, con titoli a tutta pagina, l'intervento della politica che conferma, con misure legislative, tutto questo, fa sì che il problema dei migranti diventi, agli occhi della gente, il primo pericolo di cui preoccuparsi, la vera e unica emergenza del nostro paese.
E allora certe persone non vanno salutate, ancor meno avvicinate perché non si sa mai, mentre giungono notizie di negozi di cittadini stranieri che vengono assaltati, vetrine rotte, ronde, pestaggi, terribili aggressioni a campi nomadi e altro ancora.
Insomma sta succedendo qualcosa di molto grave sotto i nostri occhi, e le cronache degli ultimi giorni lo confermano.
Anche se a Genova, come ci dimostra la nostra amica nel suo scritto, non siamo a questi punti. Per fortuna questo è vero, almeno per ora.

La foto l'ho scelta per non dimenticare.
Che il passato ritorna, specie se non se ne è mai andato.

di Claudia Priano

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