Magazine Venerdì 23 maggio 2008

Si può provare amicizia per un gatto?

La casa editrice Giunti inaugura una nuova collana di studi di filosofia rivolti ai lettori meno esperti. Una delle prime pubblicazioni della collana è il Animali e filosofi di Giovanni Pulina, già autore di .

Di seguito vi proponiamo due passi dal libro Animali e filosofi

Magazine - Si può provare amicizia per un animale? O è questo un sentimento che l'uomo può provare solo verso i propri simili? L'amicizia, tema molto caro ai filosofi antichi, non va confusa con l'eros e non si basa sulla semplice attrazione. La sua natura sentimentale può avere in sé anche qualcosa di profondamente razionale, e forse, proprio per questo, Aristotele avrebbe risposto negativamente al quesito iniziale, perché per lui «non c’è amicizia, né giustizia verso un cavallo o un bue, né verso uno schiavo, in quanto schiavo». Guai, per Aristotele, se un uomo provasse amicizia verso un animale. Tra l'uomo e l’animale la differenza è abissale, malgrado la comune identità di genere. Chi, dunque, provasse sentimenti di amicizia o, come direbbe magari Max Scheler, di simpatia per gli animali, offenderebbe la propria natura razionale. L'eccessivo trasporto verso un cavallo potrebbe essere interpretato, secondo la fredda casistica aristotelica, come un deficit della ragione. Chi si abbatte e si dispera per un cavallo malmenato dal padrone (un riferimento per niente casuale potrebbe qui condurci a Nietzsche) fraintenderebbe la natura che, secondo Aristotele, deve regolare i rapporti tra l’uomo e gli altri animali, simili a quelli che determinano la condizione dello schiavo nel mondo, schiavo in quanto schiavo, così come il cavallo, inferiore all’uomo perché cavallo.
Dell'immagine omerica dei cavalli che piangono e del ritratto eroico che di essi si fa nei poemi medievali, dove i destrieri bardati di tutto punto hanno un nome di battaglia che suscita rispetto e timore negli avversari dei loro cavalieri, non c’è traccia in Aristotele, che al cavallo intende sottrarre anche l’ultimo residuo di mito. La credenza secondo la quale i puledri porterebbero sulla fronte un filtro d’amore, che, fra gli altri, sarà ripresa e amplificata da Plinio il Vecchio e Claudio Eliano, sarebbe, ad esempio, un'«invenzione di donne e di facitori d’incantesimi». Solo un inganno messo in atto da falsi maghi per plagiare cuori non corrisposti. «Il cosiddetto hyppomanes – spiega Aristotele – è un’escrescenza che si forma nei puledri, e le cavalle la staccano lambendoli e pulendoli». Niente di più.

Anche quando parla di cavalli, Aristotele dimostra di essere un filosofo diverso dal suo maestro Platone. In effetti, la distanza che separa i due può essere percorsa sul dorso di un cavallo. È quello che si può fare trasformando in un esercizio dell’immaginazione il racconto platonico della biga alata contenuto nel Fedro, «dialogo animalista» secondo Derrida, in cui mito e teoria trovano una congeniale forma di espressione nel mondo degli animali, perché, oltre alla vicenda dei due cavalli che si elevano verso il cielo, è presente anche quella degli uomini trasformati in cicale per la passione per il canto che li distoglie dai bisogni materiali.

[...]

Lo sguardo dei gatti, le loro quasi accovacciate esistenze domestiche, l’abitudinaria discrezione dei loro atti fanno parte della più intima biografia di Piero Martinetti, il filosofo che scelse di non piegarsi al fascismo, rinunciando all’insegnamento universitario. Dei tanti gatti che in anni assai difficili gli tennero compagnia Martinetti ha conservato la memoria in carte private, dedicando a Minolino, Pasqualino, Morin e Grisetto annotazioni diaristiche simili a piccoli epitaffi. Della gattina grigia morta di malattia nel dicembre 1926 scrive che era «così giovane, graziosa e gentile» e che la morte l’ha relegata ad un «passato che non torna». Le sue parole sono cariche di gratitudine per tutti i gatti di casa che gli scaldarono il cuore, la cui morte era sempre un lutto doloroso che spezzava l’ordine degli eventi. Così, della «povera micina bionda e nera» venuta a mancare improvvisamente annota giorno, ora e minuti del decesso (e per altri gatti anche il luogo della sepoltura), come se la bilancia del tempo e degli affetti domestici avesse allora sospeso la sua azione. «Ricorderai sempre il suo musino innocente, i suoi occhi semplici e buoni che mi guardavano con meraviglia ingenua quando io la guardavo con tenerezza. Essi mi hanno lasciato un ricordo, un desiderio e un rimpianto di purezza e di bontà».

Ancora una volta, parlando di gatti, c’imbattiamo nel tema dello sguardo, la chiave rivelatrice di una possibile confidenza tra animali non umani e uomini. Ma se per Derrida lo sguardo della sua gatta era comunque muto e «denudante», per Martinetti aveva, invece, un’eloquenza ammaliatrice capace di dire molte cose. A proposito di «una povera gattina grigia» che era solita seguirlo per le vigne scrive che «Nei suoi occhi io riposavo i miei, nel suo essere caro io sentivo un conforto, come in nessun essere umano». Il paragone («come in nessun essere umano») è forte, ma la dice tutta sull’attrazione che il mondo felino provocava in Martinetti. Grazie anche ai temi orientaleggianti della filosofia di Schopenhauer, di cui nei primi del Novecento fu uno dei più qualificati studiosi, Martinetti praticherà il vegetarianesimo, dando nei suoi testi rilevanza speculativa alla questione animale, quando ancora la cultura occidentale doveva scoprire (o riscoprire, se si preferisce) la sua vera e urgente vocazione ecologica. Nei gatti, nei loro occhi e, quindi, nella loro scomparsa, Martinetti coglie il riflesso di un mistero che avvolge e accomuna tutti gli esseri viventi: «la gran morte di tutte le cose, dell’amore, della speranza, degli affetti più cari … l’amarezza irreparabile di tutte le persone, la rivolta disperata ed inutile contro il destino che spegne successivamente intorno a noi tutto ciò che è più intensamente nostro, tutto ciò che è parte di noi».

di Giuseppe Pulina

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