Magazine Venerdì 23 maggio 2008

Liberarsi di un'infanzia ferita, si può?

(TEA, 2008, 110 pp., 10 Eu) di Emilia Marasco, libro autobiografico che parla dell'adozione di due bambini etiopi, è stato lo scorso 15 maggio dall'autrice insieme alla direttora di mentelocale Laura Guglielmi, la scrittrice Claudia Priano, l'attrice Carla Peirolero e il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, in veste di papà adottivo.
Di seguito pubblichiamo la recensione di Carla Costa.

Magazine - È un libro piccolo e prezioso, sono 100 pagine che si leggono di un fiato, già attratti dalla immagine di copertina, un bambino che sbircia da una porta, potrebbe essere maschio o femmina, bianco o nero, vediamo solo il suo sguardo dolce e la sua bocca giovane, vediamo solo questo tra le ante semi aperte, ma è ciò che basta per suggerirci quel che dovrebbe essere un valore universale da proteggere: la curiosità dell’infanzia che si affaccia sul mondo, fiduciosa, senza paure.
La storia raccontata, vera, riguarda invece due bimbi etiopi che precocemente hanno dovuto subire traumi atroci come l’abbandono, la guerra e la solitudine, e che hanno ritrovato un futuro attraverso l’adozione da parte di una giovane famiglia italiana.

È la mamma che racconta la storia, compiendo due atti coraggiosi, che non sono scontati, quello di riuscire a narrare con spontaneità la propria vicenda nei suoi aspetti più intimi, e quello di circoscrivere i protagonisti a lei e ai suoi figli. Mettere a nudo i propri sentimenti e i propri sforzi senza retorica è difficile, ma ancor più audace, forse, in quanto politicamente scorretto, è presentare la realtà dell’allevamento dei bambini come affidata alle sole mamme. Non è forse così nella stragrande maggioranza dei casi? I padri, i compagni, racconterebbero una storia diversa, dove le parole non avrebbero lo stesso peso. Per tutto il libro non c’è un uomo in primo piano, il solo maschio, complice, è il figlio naturale, Andrea, di sette anni, che asseconda la madre e la aiuta nell’inserimento in famiglia di questi nuovi fratellini, che i genitori hanno voluto, ma di cui lui non sentiva la necessità («ma, scusa, io non ti basto?»).

È lei, Emilia, che aiuta i tre bambini a crescere. Nel suo vocabolario non esiste la parola educare, lei li aiuta semplicemente a diventare grandi, forte della sua femminilità. La sua non è una scrittura al femminile, ma quella di una donna seducente e seduttrice, coi suoi figli, che vuole piacere loro, che si specchia titubante nella vetrata dell’aeroporto dove avverrà il primo incontro con Tila e si chiede «gli piacerò?», una donna che non ha paura di mostrare l’amore anche attraverso il calore del contatto fisico, accoccolata vicino al bimbo spaurito, sdraiata accanto a Zene che gioca coi suoi capelli, una donna che sa che non sarà madre finché i suoi bambini non adotteranno lei, e che con infinita tenerezza spiega a Andrea che non si dovrà vergognare di esprimere la propria gelosia, se qualcosa lo facesse soffrire, e che lei lo avrebbe ascoltato.

Emilia capisce istintivamente che non deve sostituirsi alla mamma naturale, le scarne memorie di un bambino di quattro anni e di una piccola donna di cinque sono anzi il solo bagaglio col quale essi sono arrivati nel paese diverso, nella nuova famiglia, e il linguaggio nativo è la loro unica appartenenza, il legame alla terra che li ha visti nascere, alla loro patria d’origine, che non devono e non possono disconoscere, non fosse che per il colore della loro pelle. Ricordi e linguaggio sono preziose schegge della loro prima infanzia, così profondamente ferita, e potranno liberarsene, per rasserenarsi e crescere in un mondo tanto differente, solo consegnandoli in mani amorevoli. Inizia così un paziente e stimolante lavoro lessicale strettamente legato alle immagini fotografiche dei loro primi affetti, colorate, vive, ma anche tragiche («non raccontarmelo, mamma, quando sarò grande e me ne sarò dimenticata»).
Questa mamma speciale diventa la spettatrice di giochi con tragiche messe in scena, il collettore delle emozioni legate alle parole in amharico, mamma, acqua, fame, e annota tutte le confidenze dei piccoli.

In ogni famiglia c’è un florilegio di frasi famose, quelle dei bambini, una antologia che consegniamo alla prole che cresce, ma nel caso di una adozione le parole sono preziosi cocci, assumono un significato molto più profondo, un valore diverso per tutti, ricchezza, povertà, morte, abbandono, paura, razzismo, ma anche vita, fratello, famiglia, madre: «sono felice di avervi adottato» è una affermazione, detta da un bambino, che lascia un segno indelebile.
Sono d’accordo, la memoria è impossibile, e per vivere dobbiamo cancellare molto del nostro passato, ma questa felice adozione prelude a un necessario anche se difficile viaggio familiare in Etiopia, che andrà un giorno o l’altro compiuto, un viaggio di riconciliazione, a ritroso anche nel tempo, che andrà fatto quando si sarà sicuri di non restarne delusi, un viaggio che andrà preparato con cura, con l’aiuto di tutti i preziosi cocci custoditi da Emilia.

di Carla Costa

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