Magazine Martedì 3 aprile 2001

Ventimiglia...

Magazine - Ventimiglia, nella zona vicino alla stazione, è bellissima.
Con bar che parlano già francese e sono una esatta via di mezzo fra la nostra tavola calda e la brasserie. Una meraviglia.
La città vecchia, pur interessante, l’ho vista di notte e l’ho trovata spaventosa. Dicono che sia una specie di ghetto. Dicono che ci vivono meridionali ed extracomunitari. La forma è quella classica del borghetto ligure arroccato ma è buia, di un buio anomalo e spesso, e le case sono fatiscenti.
Perché Ventimiglia è una città di frontiera dove qualcuno vorrebbe mettere frontiere.
L’amministrazione e certa gente arrabbiata, quella gente di destra, dura e gelosa del suo poco, di cui si diceva, vorrebbe fermare gli accessi (non dei francesi granosi, certo che no) degli extracomunitari, degli indesiderati.
Perché ci sono traffici, questo è certo. Malavita, anche.
Ma fermando, discriminando, costruendo ghetti non si è mai fatto niente contro la malavita, anzi.
Mi hanno detto che non ci sono grandi attività culturali a Ventimiglia, non si fa teatro, non si fa musica. La città vecchia sarebbe meno tetra con qualche improvvisazione, lasciando squarciare il buio da suoni e da colori.

Ma la cosa sorprendente è il raccordo che porta all’autostrada. Enorme, tutto intrecciato, anelli infilati uno dentro l’altro, luci strane, poco convincenti.
Fermatevi un istante.
Non lo sai definire quel posto sul momento, a volte le parole giuste vengono dopo. Lì si tratta di guardare. È uno svincolo psichedelico.

Osservarlo per un po’ vuol dire perdersi, sentirsi come drogati, sradicati, shakerati. Ti fa male la testa, e tutta quella abbondanza vuota di vita ti fa desiderare un deserto. Oppure la voglia di non andartene mai più.
Un incrocio di strade, il monte di fronte, enormi stabilimenti, posti di ristoro con cartelli bilingue scritti sbagliati e centri commerciali.
Ce n’è uno tutto marrone, di pietra, che sembra quelli che dovevano esserci a Mosca negli anni '50.
All’interno è di uno squallore che rasenta il sublime. Ti viene voglia di andare via subito, di non comprare niente. La cosa opposta a quello che succede di solito, negli ipermercati, quando sei sedotto da tutta l’abbondanza luminosa e resa attraente.
Sotto c’è il supermercato e dicono che ci vengono i francesi perché lo trovano conveniente. Sopra negozi con vetrine rappezzate dallo scotch, scale mobili anteguerra, illuminazione bassa, e un baretto popolato da una umanità sperduta, bocche aperte e mute, che non parlano o parlano un linguaggio che non mi è dato capire.
L’idioma dello svincolo psichedelico.
Carni generose di ragazze in bilico su zeppe altissime, vecchi pelati e signore con pettinature malfatte e tutta la fatica di vivere dipinta nei solchi delle rughe. Mi sono fermata a guardarli, ho bevuto qualcosa. Ho pensato che nella loro testa devono risuonare tante grida, urla di dolore, bisogni mai espressi rimasti in silenzio a produrre dolorose incisioni e poi tutta l’aggressività e la paura prodotta dalla povertà e anche da quelle luci maledettamente troppo basse e da quel luogo dove loro non sono andati e venuti ma ci sono nati o rimasti. Un bar coi tabacchi, con le paste in una bacheca trasparente.
Ma parla tutto, anche se muto.

Guardandoli ho pensato a quell’odore di muffa e ai loro bicchieri di birra sorseggiati piano ma anche alle cose che devono conoscere e ai racconti che qualcuno dovrebbe ascoltare.

di Francesca Mazzucato

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