Magazine Martedì 3 aprile 2001

Mi sembrano così...

Mi sembrano così adesso che li conosco meglio, ma forse mi sbaglio.
Credo che anche in decine di anni non si conoscerebbero tutti i segreti del ponente.
Il territorio è lungo e stretto, ed è un ibrido. La stessa città che dà il nome alla provincia, Imperia, non è neanche una vera città. Io ci vivo bene in un ibrido perché ha una identità variabile, dipendente dagli eventi atmosferici, dai fatti di cronaca, dagli eventi speciali.
È la terra del festival, di Bilancia, del masso in bilico sopra la barriera di Mentone che ha creato mostruosi ingorghi proprio sotto le feste, è la terra dei Balzi Rossi dove pare che il tempo si sia fermato e sia diventato, di colpo, lucidissimo come quei massi. Impassibile.
È la terra di casinò e malaffare. Dell’assassino della piccola Hagere. Dei vecchi in vacanza, dei milanesi all’assalto. Di Dolceacqua che non ci pensi neanche possa esistere un paese che assomiglia così tanto al suo nome. Del giardino botanico Hanbury, e vederlo è stato come infilarmi in una fiaba e mi sono stupita di non essermi ritrovata vestita in abiti coloniali, seduta con il conte a prendere un te.

Un ibrido è duttile e può aderire a tutto e a niente.
E consentirci quello straniamento che spesso cerchiamo con ostinazione. È un’enorme periferia di quelle che si perdono dietro ai grandi ipermercati e si sfilano come una matassa che non sai più dove riprendere.
E in più il mare.

Però manca quello che hanno le periferie e le città, senza locali, senza sex shop, con strade dove le puttane stanno attente e nascoste.
Quando torno a Bologna, o a Genova, penso a quanto mettono allegria le strade con le puttane, con i trans in bella evidenza, sono colorate come luna park, sono strade vere, per il desiderio, l’offerta, la perdizione, sono strade fatte di facce e respiri, di corpi e non solo di asfalto, o terra.
Mentre le strade dei paesi, qui nel ponente, sono cupe come le vie d’accesso ai cimiteri.
Celano le puttane, celano il vizio possibile.
Qui si parla di lavoro, serre e soldi. Si vive di quello. Si dorme con quello accanto, probabilmente. Anche la strada principale di Sanremo coi negozi chic è cupa, forse più delle altre.
Quella poi, è un cimitero degli elefanti.
Per trovare la gente bella, lasciarsi incantare dalla musicalità di uno strambo dialetto (proprio adesso che stavo imparando il genovese mi sono trasferita) bisogna diventare trapani. Passare attraverso la pietra e infilarsi nella montagna.

Io vedo tutto e attraverso tutto su treni che sono diventati la mia casa; ho case altrove ma ci sto di meno, ho calcolato.
La maggior parte del mio tempo la passo sul treno e i ferrovieri mi parlano e mi raccontano illusioni e speranze (la stazione di Sanremo? Ma lei crede che sarà pronta? Allora crede alle favole) a volte aneddoti e storie di cui sono stati protagonisti.
Parlo con altri viaggiatori che vanno più lontano o tornano finalmente a casa e io mi cruccio di dover scendere prima, di non prolungare il viaggio magari fino a Perpignan o a Port Bou.
In quelle serate stanche, sudate anche se fuori fa freddo, quando il treno diventa uno strano spazio non identificabile dove tutti mangiano, ascoltano musica, parlano facendo riflessioni piccole e inutili che scivolano sulle parole fornendo rassicurazioni e rimbalzano sui panorami, ondeggiando si penetra la notte e io vado verso una delle mie case della quale dovrò riprendere possesso, portando dentro una grossa borsa quel poco che mi occorre per vivere e lavorare, come una tartaruga.
In quelle notti ho l’impulso di spazzare le carrozze o chiedere a “Chef Express” se mi fanno stare in cucina, se mi fanno lavare i piatti per uno sconto sul biglietto.
Mi dispiace solo scendere giusto una fermata prima di Ventimiglia.

Fin da piccola ho sognato le città di frontiera, le segnavo sulle carte geografiche, a scuola. Toccavo la carta e mi pareva che in quei punti, vicino ai confini, fosse più morbida, più colorata. E facevo scorrere la matita a zig zag. Coloravo le destinazioni. Posti di transito continuo, dove la gente non può mettere radici, non può sporcare con la mediocrità delle sue abitudini borghesi.
Posti di storie che vanno e che vengono e, pensavo allora, di gente svitata che non sa se è più di là o di qua, ma questo forse l’avevo letto in una poesia di Gianni Rodari.
Le città di frontiera parlano una lingua che puoi interpretare come vuoi, a seconda dei tuoi desideri.

Ventimiglia, nella zona vicino alla stazione, è bellissima.

Leggi l'articolo [Segue]
di Francesca Mazzucato

Potrebbe interessarti anche: , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin , MiniVip&SuperVip. Il Mistero del Viavai di Bozzetto: il cinema si fa fumetto , Il segreto del faraone nero, una nuova stoccata letteraria di Marco Buticchi , Auguri Andrea Camilleri! Lo scrittore compie 93 anni, la recensione del Metodo Catalanotti

Oggi al cinema

The predator Di Shane Black Azione, Avventura, Horror, Fantascienza U.S.A., 2018 Dai confini dello spazio inesplorato, la caccia arriva nelle strade di una piccola città nella terrificante reinvenzione della serie di Predator nel progetto registico di Shane Black. Geneticamente modificati, attraverso la combinazione dei DNA di specie... Guarda la scheda del film