Intervista a Roberto Trovato - Magazine

Teatro Magazine Lunedì 2 aprile 2001

Intervista a Roberto Trovato

Magazine - Roberto Trovato, professore associato, insegna da quest’anno Drammaturgia alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Genova. Conosciuto da molti e fermato, per la strada, quasi ad ogni passo, non si stupisce affatto di essere intervistato mentre raggiunge l’università. "Ormai", dice "è necessario essere in molti posti contemporaneamente" e, mentre risponde frettoloso ma garbato ad una studentessa, calandosi perfettamente nel contesto di cui lei gli parla, continua a farmi segno di proseguire, come se davvero potesse rispondere all’intervista mentre ascolta.
Questo incontro per noi rappresenta il primo passo nell’ambito della drammaturgia e dell’arte spettacolare legata al dialetto genovese, che attraverso persone e spettacoli, rappresenta una realtà parallela e altrettanto vivace rispetto a quella in lingua italiana.

Il teatro dialettale è una realtà sommersa oppure è vivo e produttivo?
Si sta affermando un nuovo genere di teatro in genovese che si contrappone al modello goviano di alcuni anni fa. Gli autori dialettali usano il genovese per ricostruire un ambiente sociale e non tentano di italianizzarlo, né di usarlo esclusivamente in chiave comica.
L’uscita dagli schemi goviani risale al 1959 con il lavoro di Dario G. Martini e Silvio Torre ne L’uomo di carta – storia di un uomo che inventa un quotidiano solo di notizie gradevoli e ottimistiche."
Questo tipo di teatro ha un suo pubblico specifico?
Di certo c’è un forte seguito da parte di un pubblico più tradizionalista e anziano. Però, visto anche il nuovo interesse dimostrato dalle scuole per il dialetto, si può parlare di un interesse rinnovato che non esclude un pubblico variegato nell’età e nei gusti.
Qual è il genere teatrale che più si addice alla drammaturgia dialettale?
Credo che il teatro dialettale possa e debba tentare tutto. Provarsi nei vari generi dalla commedia alla farsa, perseguendo la pratica della trasposizione intelligente. In verità, credo che dovrebbe tentare anche un tipo di scrittura più impegnata, per innervarlo di temi in cui la gente ritrovi una certa attualità e verso cui possa provare interesse. Come dicono gli stessi Martini e Torre citati nel mio saggio, "Nuove tendenze della drammaturgia genovese (1980-1999)", all'interno del volume Recitare in Liguria: "Il dialetto può forse riproporsi come trait d'union tra la realtà e il teatro, rendere meno improbabile la comunicazione tra la ribalta e la platea. Ma per tentare la prova bisogna che il dialetto non sia vincolato a storie di cinquanta e più anni fa: bisogna che il dialetto sia sperimentato su soggetti attuali."
A riprova della sua dedizione a questo filone teatrale, Trovato cita i molti nomi autorevoli di cui nel tempo si è occupato: Vico Faggi, il già citato D. G. Martini, Enzo Carioti, che aveva due gruppi il Teatro P(h)anico e il Teatro del Secondo Fuoco, Capriata, Luca Viganò, Plinio Guidoni, Mario Bagnara...

La lista di nomi e studi ci appare presto infinita, smarriti tra nomi, luoghi, compagnie e date, ci nasce una gran voglia di andarlo a scoprire direttamente questo mondo – da noi – inesplorato così brulicante di uomini. Eh sì, perché di nomi al femminile non ne è uscito neppure uno. Starà forse a noi riuscire a tirarne fuori qualcuno.

Nell'immagine, ritratto di Roberto Trovato ad opera dell'Arch. Benedetto Resio, tratto dal volume Recitare in Liguria. Convegno sul Teatro in dialetto, Chiavari, 27 Novembre 1999, Consulta Ligure.

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