Magazine Sabato 5 aprile 2008

In giro per la città

Magazine - Ultimamente mi sto perdendo un po' troppe volte. In questa città che magicamente non lascia alternative. Uguale a tante altre città. Le boutique di lusso. I caffé frequentati solo dai migliori signori. Il teatro. Pellicce e calze velate, alla prima. Vestiti che nascondono segreti. Luoghi di potere. Ragazzini che si perdono agli angoli di un marciapiede. Qualcuno in ginocchio che allunga una mano. Qualcuno che ha freddo. Qualcuno corre.
A volte quando scendo presto la mattina il cielo sembra di latte. Non c'è ancora il rumore assordante del traffico. Solo qualche marmitta rugginosa. Un furgone sbuffa mentre il garzone carica altro pane. Qualcuno aspetta già alla fermata dell'autobus. Ma tutto sembra sospeso nell'attesa. In quell'ultimo respiro lattiginoso che il cielo prende, per prepararsi a sopportare un'altra giornata di questa umanità impazzita.
A quell'ora sembra che tutti si concedano ancora il tempo per osservare. Altri cammini solitari, altre attese nella caligine bianca del mattino. Sembra che si possa sognare ancora in quelle mattine. Prima che la giornata risucchi via altro tempo.

Altre volte non è una fiaba perdersi qui. Quando il cielo diventa notte. Le voci mute sono presenze. Non riesci a distinguere occhi ma senti la paura di quando bambina ti leggevano di un orco sotto al ponte. Qualche volta perdendosi per queste strade si vedono cose brutte. Se ne sentono di quelle ancora peggiori. A volte sono materassi dritti contro un muro per strada al mattino. Di qualche qualcuno che quella notte non ha avuto nemmeno il riposo caldo di un letto.
Altre volte il brivido glaciale di coscienze annientate in corpi ormai vuoti. Come fossero oggetti. Sacchi, che non ti spieghi come possano occupare così tanto volume. Buttati sotto impalcature, le coperte sono i teli che qualche muratore in nero il giorno dopo userà per impacchettare mattoni. Adagiati su scalini di marmo. I loro materassi sono onde giallognole di cartone. Le loro lenzuola pagine di mondo che decine di mani sconosciute si sono scambiate la mattina a colazione in qualche bar del centro.
Un tocco che si posa su un tocco senza nemmeno saperlo. Forse l'avvocato, che impeccabili baristi da mille euro al mese salutano citandone il titolo di studio. Il medico magari, che salverà una vita. O forse troveranno anche lui strafatto in qualche sgabuzzino mentre si sbatte l'infermiera. Forse anche le mani dell'avida usuraia si poseranno su quei giornali, inforcherà gli occhiali sulla faccia rotonda, non può perdere una virgola che quel giorno possa farla arricchire di un centesimo in più. Centesimi piccoli come le sue mani piccole che tanto bene si intrecciano fluide in quelle più grandi.

Quei giornali saranno stati il tenero sipario di qualche coppia di amanti. Si sbirciano notizie che rimangono confinate nel tempo in cui si tiene in mano il foglio macchiato di caffè. Come se non riguardassero veramente noi. Quello che accade. Come se non fosse veramente la loro vita svegliarsi ogni mattina accanto a una persona che non amano. Che detestano magari. Cercando poi ripari di carta per amori di cartone. Quante mani conoscono quei giornali. Mani di donne ingioiellate. Aggrappate alla loro folgorante bellezza come ai manici di una borsa firmata. Non importa riempirla, l'importante è averla al braccio. Mani quasi nude di donne che portano solo la fede. Di altre che portano impresse in fronte e infilate al dito le quotazioni del loro matrimonio. E non mi stupisce che l'uomo che hanno accanto preferisca leggere di bot e mibtel piuttosto che parlare con loro.

Forse tutte queste persone distrattamente vedranno un fagotto. Un ingombro in mezzo al marciapiede che li costringe a cambiare traiettoria, una mano che sporge appena a un incrocio, che li obbliga ad allontarsi dal muro. Non sarà altro che un mendicante come tanti. Un vecchio sporco in mezzo alla strada. Tiriamo quasi tutti dritto. Abituati. Solo qualche volta il buio che maschera svela quello che gli occhi non coglierebbero.
Svela un grumo d'uomo rappreso. Annientato di dolore. Fetido scarto di un'umanità di ingranaggi in cui non c'è più posto per lui. E il suo dolore sembra toccarti. Sembrano lingue che fuoriescono dal buio. Il passo vorrebbe affrettare ma qualcosa lo frena. È solo un attimo. Poi schizziamo via. Come una palla schiacciata in acqua con la mano. Sembra che non possiamo caricarci del dolore di qualcun altro quando ne portiamo già così tanto del nostro.

Allora a volte i nostri passi ci portano verso il mare che accoglie. Nel tramonto che si pregusta già da San Lorenzo. In cartoline romantiche del sole che morendo drappeggia riflessi. Verso panchine per chi ripara gli occhi e per abitudine cerca con lo sguardo la lanterna. Nella luce del tramonto i gesti si sciolgono. I passi si fanno molli nella voglia di ritornare a casa. Anche il cielo sembra stanco. Non disegna intorno alle cose il fulgido contorno del mattino. Sembra vibrare appena aspettando tende stellate. Allora sembra di vedere le persone. Non la gente confusa del centro. Ammassata di corpi sugli autobus. Non i carrelli accodati di noia alla cassa del supermercato. Non le sagome brumose del mattino.

Non questo ma gli sguardi. Di chi camminando conta il pavimento ruvido di piazza De Ferrari. Confinando i passi tra solchi di pietra. Di chi alla fermata di nuovo aspetta. I suoi occhi sbadigliano di sguardi annoiati e per oggi ne ha avuto abbastanza. Una donna alza lo sguardo. Sembra aver pensato a qualcosa che l'ha fatta sorridere. Viene da chiedersi cosa.
È quasi giustificato essere curiosi, i nomi dei vicoli poi sembrano fatti apposta per indurre i passi invece che per riempire gli elenchi telefonici. Sono promesse guadagnate percorrendo una salita. Sfidando vicoli inquietanti e nomi che riecheggiano quasi minacciosi sulla targa di marmo consumata, quando c'è. Ti ripagano con la consolante presenza del mare.
Dopo tanto salire, ancora, finalmente il mare. Nel suo lento sussurro. Quasi un abbraccio accogliente. Per il corpo nelle calde giornate d'estate. Per gli occhi, dopo piani e piani di nere scale lucide d'ardesia d'inverno, quando il giorno si posa di rosso sull'orizzonte d'acqua.

Ci sono molte cose da vedere a Genova. Qui dove i passi di tutti non sono altro che fili che si incrociano. In questa città di vicoli e ragnatele. Scorciatoie, budelli, portoni. Reti di pescatori stese ad asciugare al sole disegnano trame di vita. Basta solo alzare gli occhi. Quasi sempre incollati al suolo per non inciampare nei vicoli rotti di passi.

di Chiara Ameri

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