Magazine Venerdì 14 marzo 2008

La prima rivista hip hop nacque a Genova

Leggi gli altri articoli di Ergo Sum

Ergo Sum Press

Paola Zukar, genovese di origine e trasferita a Milano per lavoro, è Urban Repertoire Product Manager presso la casa discografica Universal. Ci racconta la storia di AELLE, il primo magazine hip hop italiano, con cui ha lavorato fino alla sua chiusura, avvenuta nel 2000.

Magazine - Per quelli come me che negli anni '90 volevano saperne sempre di più di quella roba che ti faceva passare i pomeriggi a fare freestyle per strada, stare al freddo a guardare i breakers allenarsi o uscire di casa la sera con lo zaino pieno di bombolette, quando non c'era internet per leggere le interviste del tuo artista preferito o per sapere la data della jam piu figa c'era una sola cosa da fare. Aspettare che uscisse AELLE.

Nato nel 1991 a Genova da un idea di Claudio "SID" Brignole Alleanza Latina, da fanzine fotocopiata venduta a mano ai concerti, divenne in pochi anni la più autorevole rivista Hip Hop, reperibile in tutte le edicole italiane, con collaborazioni importanti come a quella con il magazine statunitense "Stress" che dal 1998 al 2000 ha garantito servizi più approfonditi su tutta la scena americana, con interviste esclusive come quela storica a Tupac nel 1996 pochi mesi prima della sua morte.

Per chi vi scrive Aelle è stato molto di più che una rivista. Mi ha fatto conoscere artisti nuovi, pensieri, canzoni, eventi, modi differenti di vivere questa cultura. È stato molto importante per la mia formazione artistica e personale.
Nel 2000, purtoppo, a causa del crollo totale del mercato Hip Hop Italiano, AL Magazine (così era diventato dopo un contenzioso con un'altra rivista dal nome simile) ha pubblicato l'ultimo numero.
Mi ricordo la copertina con il Wu Tang Clan e i vari articoli che spiegavano tale decisione. Mi ricordo di aver pensato che non ci sarebbe più stata una rivista come Aelle.
Ora le cose sono cambiate, sono passati quasi 8 anni: è cambiata la gente, il pubblico, il mercato, nuovi artisti sono alla ribalta e nuove riviste in edicola.
Da buon genovese nostalgico, spesso rileggo i vecchi Aelle, parlano di musica che a volte non si ascolta più, di concerti ormai dimenticati e di artisti ormai non più sulla cresta dell'onda, ma hanno una freschezza e una inconsapevole passione che me li fa amare ancora oggi.

Paola Zukar è stata per anni il braccio destro di SID nella conduzione della rivista Aelle, genovese di nascita, ha firmato alcuni tra i più belli articoli apparsi sulla rivista, ora ha un ruolo importante nell'industria musicale ed è bello sapere che persone con un background Hip Hop siedono dietro le scrivanie delle case discografiche. Sanno di cosa stanno parlando ed è giusto che sia così.


Cos'è stato Aelle?
«AL ha rappresentato, per la scena Hip Hop, un momento di concentrazione di forze, un tentativo di rappresentare il movimento Hip Hop in Italia, anche con la carta stampata oltre che con la musica, il writing e la breakdance. A volte siamo riusciti bene a rappresentare, ad incanalare, a mostrare tutta quest'energia in divenire, altre ci siamo lasciati sopraffare dall'entusiasmo peccando di poca chiarezza ed apertura nei confronti del mondo esterno. Ricorderò per sempre la frase di una mia amica non appassionata di Hip Hop che sfogliando la rivista fresca di stampa ha candidamente esclamato: "ma è incomprensibile!". Se fossimo stati più facilmente fruibili dai non addetti ai lavori forse avremmo ampliato molto di più il nostro raggio d'azione. Ringrazio subito infinitamente il mio socio di allora, Claudio 'Sid' Brignole, il fondatore e motore di AL dalla sua nascita come fanzine. Io mi sono associata a lui dopo un paio di anni, quando ha iniziato a prendere forma come rivista».

Quanto ha influito Genova, è stato un aiuto o ha tagliato le gambe?
«Genova è la mia città d'origine, una città che non ti lascia andare via facilmente e ti rimane per sempre nella testa e nei modi di fare. All'inizio, lavorare in un garage adattato a redazione in via delle Grazie, è stato utile e protettivo. Ma ad un certo punto era palese che avremmo dovuto trasferirci a Milano perché tutto sarebbe stato più semplice e pratico, sia sotto il profilo della logistica che dell'evoluzione».

Dopo tanti anni, qual'è il ricordo più bello che hai riguardo Aelle?
«Ci sono moltissimi bei ricordi che porto sempre con me. AL è stata la mia prima esperienza lavorativa davvero gratificante. Sfogliare ogni mese la rivista che usciva dalle tipografie dava una grande soddisfazione. AL mi ha permesso di conoscere davvero tante persone, alcune eccezionali, altre pessime. Persone, quelle eccezionali, che mi hanno cambiato la vita nel vero senso della parola. Mi ha dato soprattutto la possibilità di capire che quasi nulla è impossibile, che si può realizzare un sogno strano come quello di creare un giornale di rap partendo da un garage senza riscaldamento e riuscire a farne una professione. Inoltre mi sono portata a casa una bella serie di immagini, di viaggi, di facce e di esperienze che non scorderò mai e che hanno contribuito a rendermi ciò che sono oggi».

E quello più brutto?
«Non c'è un ricordo brutto in particolare. L'unica cosa che mi ha lasciato un po' di amarezza è stata la superficialità con la quale talvolta certi personaggi della scena hip hop pensavano di considerare AL. Ma in realtà, nel suo complesso, AL è stata un'esperienza davvero positiva sotto tutti i punti di vista».

Ho sempre trovato i tuoi articoli molto personali, molto coinvolgenti, ricordo oltre alla famosa intervista a Tupac nel '96, l'intervista agli Outkast nel 2000 o quella a Mary J Blige, erano piene di citazioni, impressioni, pareri personali, questo modo di scrivere trasudava di passione per l'Hip Hop. Quale è stato il tuo percorso?
«Per quanto strano possa sembrare, l'Hip Hop mi ha dato molto di quello che cercavo e cerco tuttora nella vita. Seguo questa musica ormai dall'84 e ci ho trovato un mucchio di risposte adatte a me. Immagino che molti che conoscono superficialmente questo mezzo di espressione possano sorridere, ma la musica rap può essere estremamente influente, educativa e addirittura terapeutica per chi la ascolta. Nella sua apparente semplicità ha sfumature altamente complesse ed affascinanti. Nel 1984 avevo visto dei film sulla breakdance al cinema (Breakin' e Beat Street) e da lì ho cominciato a seguire il movimento. Poi nel 1988 ho vissuto qualche mese in America e ho approfondito il discorso; il mio interesse è cresciuto in maniera esponenziale, ed essendo ricambiata, ho proseguito in questa mia ricerca. Ho sempre cercato di riversare la mia passione anche negli articoli che scrivevo, non intenzionalmente ma in maniera naturale. A volte questa 'strategia' ha funzionato, altre volte forse è stata un po' eccessiva... »

Come sta l'Hip Hop oggi? Rischiamo un altro crollo?
«Il crollo è già in atto. Come tutte le culture con connotazioni molto forti, si affida ad un proprio rinnovamento continuo che pesca dall'interno e non sempre, come in questi ultimi due anni, ha trovato dei nuovi testimoni credibili. Gli ultimi grandi da classifica in America sono stati Eminem e 50 Cent con il loro straripante ed antitetico immaginario di supereroismo negativo. Oggi scarseggia il nuovo filone e anche il panorama underground versa in pessime condizioni. Ovviamente ci sono sempre delle eccezioni, dei pesi massimi che non temono crisi, tipo Kanye West in America o Fabri Fibra in Italia ad esempio, artisti talmente grandi e ricchi di talento che non hanno così tanto bisogno della spinta di un movimento alle spalle per farsi apprezzare».

Come si potrebbe fare per evitarlo?
«Non credo ci sia nulla di pratico che si possa fare per alimentare una cultura, altrimenti si corre il rischio di creare imprese fallimentari tipo i finanziamenti al cinema che niente hanno prodotto se non una serie di imbarazzanti flop. La musica è arte e come tale si alimenta da sé, mai forzatamente. È perfettamente inutile cercare di imporre stili e suoni. L'Hip Hop è morto e risorto così tante volte che non resta che aspettare».

Come vedi le riviste Hip Hop di oggi?
«Le riviste rispecchiano il mondo che si prefiggono di raccontare. Oggi non è solo il rap ad essere in crisi ma la musica, il cinema e l'arte in generale. C'è molta paura a rischiare e molto poco gusto nel rischio esagerato, quello cercato per stupire per forza. Questo non aiuta di certo. AL nel 2000 ha chiuso proprio per questo: non c'era motivo di continuare a cercare di raccontare qualcosa che non aveva più stimoli né certezze. Oggi naturalmente è diverso, ma i direttori di redazione dovranno lo stesso fare i conti con problematiche simili a quelle incontrate da noi».

Basement ha scelto il formato digitale, pensi sia il futuro?
«I ragazzi di Basement sono sempre avanti e anticipano spesso le mosse del mercato perché sono piccoli, scaltri e veloci, in questo caso forse troppo. Il digitale è già il presente. Purtroppo è un presente senza soldi, che ancora non ha trovato il modo di essere fruibile, dove tutto è gratis e come tante cose gratuite, anche fatte molto bene, ha un valore spesso nullo. Non voglio sembrare materialista, ma il valore dei soldi dà anche un’ulteriore valore alle cose che acquistiamo. Accumulare migliaia di file digitali gratis, che si tratti di musica, film, libri o altro, li appiattisce uno sull'altro, facendoli diventare tutti uguali, quelli interessanti e quelli inutili. Scegliere di comprare qualcosa attribuisce un valore vero all'oggetto acquistato. Immaginare un mondo di cose e di cultura gratuita mi fa paura, tanto quanto una cultura elitaria alla quale in pochi possono accedere. Credo che sia la differente faccia della stessa medaglia».

Oggi al cinema

La donna elettrica Di Benedikt Erlingsson Drammatico 2018 Halla è una donna dallo spirito indipendente che ha superato da un bel po' la quarantina. Dietro la tranquillità della sua routine si nasconde però un'altra identità che pochi conoscono. Conosciuta come "la donna della montagna",... Guarda la scheda del film