Magazine Giovedì 13 marzo 2008

Diabolik, un Robin Hood noir

Magazine - Correva l'anno 1962. Il mondo era diverso, JFK era presidente degli stati Uniti e Giovanni XXIII aveva appena scomunicato Fidel Castro. L'Italia era diversa, crescita del PIL oltre l'otto per cento, e Antonio Segni fresco di nomina alla Presidenza della Repubblica che - a causa di una grave malattia - terminerà di esserlo appena due anni dopo.
Anni difficili, con una guerra appena finita alle spalle - raffreddata ma non troppo - e il Vietnam dietro l'angolo, ma anche carici di novità.
Al cinema - dove si poteva fumare - spopolavano Lawrence di Arabia, Il Soprasso di Dino Risi, Lolita di Kubrick e Mamma Roma di Pasolini. Per la prima volta Sean Connery dice la frase che lo ha reso celebre: «My name is Bond, James Bond».

È il primo novembre di quell'anno quando in quel mondo, in quell'Italia - imborghesita, arricchita, in pieno boom economico e nel bel mezzo di quella meraviglia dell'edidilizia passata alla storia come speculazione - che Angela e Luciana Giussani pensano ed elaborano il personaggio a cui Brenno Fiumani diede un volto, un costume ed un inconfondibile taglio di occhi.
Approda nelle edicole di tutta Italia Diabolik con un titolo che è tutto un programma: il Re del terrore. Le sue origini, la sua famiglia, la sua storia, rimarranno un mistero fino al 1968, ma sicuramente il suo papà, zio dei cattivi da 007 e nonno di Tarantino è francese: Fantomas.

Per i primi mesi - fedele alla linea transalpina - il ladro dei ladri è spietato e senza scrupoli. Ruba e uccide con facilità estrema. È affascinante come James Bond e spietato come Aroldo Tieri in Sandokan, un personaggio pulp prima che il pulp fosse un genere, il protagonista di un film di Tarantino mentre il buon vecchio Quentin era ancora immerso nella placenta fino al collo: il regista delle Iene infatti vedrà la luce nel marzo del 1963.
Ci vorrà la bellezza di tre numeri perché si innamori di una brava ragazza - Eva Kent - da portare sulla cattiva strada sì, ma con un senso etico tutto nuovo. Lontano dalle regole sì, ma rispettandone di proprie fino a diventare - col tempo - un vero e proprio paladino, spietato coi potenti e generoso con gli afflitti, una specie di Robin Hood noir che giuda una macchina da sogno, la mitica Jaguar E-Type.

Il re del terrore - che vive nella fantomatica Cleverville, in Costa Azzurra - arriva nelle vite dei fumettofili di quegli anni come un tornado, ed è subito un successo. A catturare il pubblico ci pensano il suo formato, pocket con una o due vignette per tavola, un disegno pulito che sfrutta a pieno le possibilità del bianco e nero e il fatto non trascurabile che in un mondo pieno di buoni solo in apparenza, tifare per il cattivo, qualche volta, è tutta salute.
Il resto lo fanno le storie in cui abbondano i travestimenti, le fuge rocambolesche e la tenacia dell'ispettore Ginko, il buono per cui tutti farebbero il tifo nella vita ma che, sui fumetti, è destinato a soccombere di fronte al re del terrore.

In oltre un quarantennio la vita è cambiata ma non troppo: l'America è sempre pronta ad una nuova guerra, e a quarantasei anni da Divorzio all'Italiana l'ondata di moralizzazione ci investe nuovamente. L'abusivismo continua - oggi si chiama condono - e il boom economico è un sogno, ma solo per quelli che si non sono arricchiti come sceicchi grazie alle speculazioni.
Forse è a causa di un paese che va avanti restanto fermo, forse è perché anche a quasi un cinquantennio di distanza, in un mondo pieno di falsi buoni c'è bisogno di un falso cattivo per cui tifare, di storie in cui tra il bianco e il nero vincono le sfumature, forse perché editorialmente parlando puntare su Diabolik è garanzia di successo, fatto sta che le edicole ripropongono - ritrovate, restaurate e rilegate dalla Gazzetta dello Sport e dal Corriere della Sera - le prime storie della serie. Sembre un luogo comune ma pare che il primo numero - in edicola oggi - sia andato a ruba.
Buona lettura.

di Francesco Cascione

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