Magazine Venerdì 7 marzo 2008

«Mamma, perché hai così bisogno di me?»

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Magazine - Ieri ho ricevuto un duro colpo che non so quando si attutirà.
In questi giorni sono ammalata, niente di grave, ma ieri non ce la facevo proprio a stare in piedi. Sveglio mio figlio 25enne, studente, alle 11 per chiedergli di farmi delle commissioni. Io chiedo poco, ma quei 2 giorni all'anno in cui sto male lo faccio. Bisogna sapere che sono affetta da un grave malattia, che per ora non si manifesta, non curo perché non ce n'è bisogno, ma questa mi ha reso vulnerabile e basta che abbia anche un'influenza che mi spavento.
Ho allevato da sola questo figlio, dalla morte di suo padre, 13 anni fa e penso di aver fatto molto per lui. La sua reazione è stata pesantissima: «Quando stai male ti attacchia a me come con una morsa e mi fai paura, tu chiedi e io mi allontano. Ho paura di non poter decidere della mia vita, se fai così; come potrò pensare di andare a vivere da solo, sapendo che tu hai così bisogno di me?», mi ha quasi urlato con occhi spaventatati. Sono rimasta senza parole, questo è puro egoismo; la sera ha ammesso di essere stato un po' duro e abbiamo parlato, mi ha ascoltato, ma ora sono scossa, delusa e spaventata più di prima.
Potrò mai contare su di lui?

Buongiorno, lei racconta di un episodio tra lei e suo figlio che, da solo, non può essere particolarmente significativo ma, per poter essere analizzato, deve essere inserito in un contesto più ampio che peraltro lei, in parte, descrive. Allora la situazione appare subito ben più complessa e non trascurerei il fatto che nella sua famiglia è venuto a mancare una figura maschile e paterna che non è facile riuscire a sostituire. Poi c’è la sua “grave malattia” che aleggia come un fantasma e che, nuovamente, non giova alla creazione di un clima sereno. Credo che questi due fattori meriterebbero una attenzione ben più ampia e approfondita in quanto mi sembra che possano essere ben più importanti che non l’analisi del “duro colpo” che lei cita, ma che mi permetto di considerare come un episodio, antipatico sì, ma a volte quasi “abituale” nella dialettica tra madri e figli nella fase adolescenziale. E questa parola mi fa ricordare che forse 25 anni sono un po’ troppi per essere “svegliato dalla mamma alle 11”, primo perché a meno che suo figlio non lavori di notte, le undici sono veramente un'ora indecente per svegliarsi, secondo perché a venticinque anni si dovrebbe aver scoperto già da tempo l’esistenza e l’uso di uno strumento quale la sveglia.
Mi scusi se mi sono lasciato andare ad un tono ironico, ma credo che, realmente, se lei vuole avere davvero la sensazione di poter contare su suo figlio lui, a sua volta, dovrà avere la sensazione di poter contare su se stesso ed essere così in grado di essere di aiuto per gli altri.
E per fare questo, a volte, si può anche incominciare lasciando e prendendo le resposabilità sulle piccole cose. E dunque se lei pensa a suo figlio come ad una persona che possa essere per lei un riferimento dovrà progressivamente smettere di considerarlo ancora un bambino. E lo stesso per lui.
Spero che nel frattempo la sua salute sia migliorata e il vostro rapporto sia più sereno.
Così potrete parlare e crescere.

di Marco Ventura

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