Concerti Magazine Venerdì 1 febbraio 2008

Palconudo: brutto, anzi no, bellissimo!

Esistono dischi belli e dischi brutti, così come vi sono articoli belli e articoli brutti. E la vita di un recensore è disseminata di entrambi, purtroppo. Può esserci il giorno in cui capita tra le mani una registrazione stupenda, e si ha la fortuna di riuscire a descrivere i brani che la compongono con una leggiadrìa degna solo di quelle magiche note. Allo stesso modo, può succedere che un disco pessimo sia accompagnato da una recensione che non avrebbe mai dovuto vedere la luce del sole. E poi ci sono, ovviamente, le vie di mezzo.

Quella che spero di riuscire a mettere in piedi, adesso, è proprio una classica via di mezzo, perché il disco di cui ti sto per parlare è mediocremente brutto. A tratti cerca di essere ricercato e melodicamente orecchiabile, ma la realtà è che i dieci brani che lo compongono si arenano inesorabilmente dopo sole poche note.
Io potrei anche cercare di sopportare questi testi che vorrebbero essere considerati come pensieri profondi accompagnati da melodie di chitarra che malamente riescono a reggere il passo, ma sicuramente non basteranno a soddisfare il tuo palato, ascoltatore che a malapena riuscirai ad arrivare alla fine del disco, figuriamoci poi se lo vorrai far ripartire da capo. La voce inciampa più volte nella sua stessa volubilità, e la struttura dei brani è talmente banale che non può non richiamare quella scuola cantautorale genovese che tanto ci ha entusiasmati in passato, quanto ci sta deludendo nel presente. Soprattutto con il presente disco.

Ok, adesso fermati. Rileggi quello che hai appena letto. Tutto quello che ho scritto. E ribaltalo del tutto. Negalo.

Il disco dei Palconudo è una figata pazzesca. Non sto scherzando, sono serio: i cinque musicisti dimostrano una maturità totale, a partire dai testi fino al compimento del più piccolo e semplice arrangiamento. Lo dimostra un utilizzo perfetto della struttura verbale e vocale della lingua italiana, mai vittima di passaggi forzati dalla musica e quindi in perfetta sintonia con essa. E lo conferma anche la splendida cover di Dormi dei Subsonica presente in chiusura del disco. Un disco acustico, melodico, ballabile e profondo, un disco che ti spiazza dalle melodie di Nel momento fino all'incalzante incedere di Ninnananna. Un disco che ti fa vivere a fianco di Sara e ti sconvolge sugli arpeggi di La danza dell'illusione.

Un disco che è troppo breve e quando finisce ti ritrovi incantato a premere play ancora una volta, un disco che non puoi non consigliare alla prima persona che incontri, un disco che ti stupisci di non vedere nelle vetrine dei negozi, e ti incazzi se pensi che forse non ci arriverà mai. I Palconudo hanno oramai oltrepassato la fase dell'adolescenza e sono pronti a puntare in alto. Lo meritano. Così come meritano una registrazione che riesca a sottolineare ogni più piccola tonalità e sfumatura, che adesso ogni tanto riesce ancora a sfuggire. Alcuni passaggi quasi gitani hanno la spontaneità e la lucidità di composizioni troppo spesso archetipate e relegate in un angolo di miscreduta ricercatezza nell'oceano del banale flusso commerciale di tendenza a scaffali. Suona bene, vero? Cosa avrò voluto dire, te lo posso garantire, te lo spiegherò soltanto di persona al primo concerto dei Palconudo. Promesso.

Il disco di cui ti ho appena parlato è un piccolo capolavoro. Credimi. Come sia questa recensione, invece, non starà a ma dirlo, ma che sia bella o brutta in fondo non ha poi tutta questa importanza. Non ha importanza perché ci sono canzoni che si descrivono da sole, ci sono melodie che non hanno bisogno di presentazioni, ci sono ballate che entrano in testa per non uscirne mai più. E questo è uno di quei casi. Cosa importa, in fondo, se io sia riuscito a dirlo bene? Mi credi ancora, oppure no?

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